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Piper, sigilli allo storico locale. La night economy travolta dal rischio sicurezza

di Redazione
 
Piper, sigilli allo storico locale. La night economy travolta dal rischio sicurezza

La "dolce vita" è finita, e questa volta non per un cambio di costume, ma per un deficit di compliance. La chiusura del Piper Club di Roma, disposta dall'autorità giudiziaria, segna un punto di non ritorno per l'industria dell'intrattenimento notturno italiano. L'apposizione dei sigilli allo storico locale di via Tagliamento non è un episodio isolato, ma l'apice di una manovra a tenaglia partita all'indomani della strage di Crans-Montana.

Se la tragedia del Costellation e i fatti di Capodanno nel disco-bar svizzero hanno riacceso i riflettori sui protocolli di sicurezza, la risposta delle autorità italiane sta scoperchiando un vaso di Pandora fatto di adeguamenti strutturali mancati, certificazioni assenti e una gestione del rischio operativo ormai insostenibile per i canoni attuali.

Il Piper non è solo una discoteca; è un brand che ha definito l'industria culturale dagli anni Sessanta, trampolino di lancio per artisti come Patty Pravo, Renato Zero e Lucio Dalla. Tuttavia, il valore immateriale del marchio si è scontrato con la realtà materiale dell'immobile e della sua gestione.

Il sequestro preventivo è scattato a seguito di riscontri tecnici impietosi: modifiche strutturali non autorizzate, criticità nei piani di evacuazione e un overbooking sistematico rispetto alla capienza licenziata. A questo si aggiunge un track record negativo sul fronte dell'ordine pubblico: già a maggio il Questore aveva imposto uno stop di 15 giorni per "gravi criticità", tra risse e aggressioni.

In ottica finanziaria, il Piper rappresenta l'archetipo della crisi del settore: un "legacy asset" che fatica a sostenere i costi di riconversione (CAPEX) necessari per allinearsi alle moderne normative ESG (Environmental, Social, and Governance), finendo per operare in una zona grigia che oggi non è più tollerata.

L'effetto domino: da Crema a Milano

 Il giro di vite è nazionale e risponde a una logica di tolleranza zero verso il rischio incendio. Il parallelismo con la Svizzera è inquietante: la tragedia di Crans-Montana è stata causata da scintille su materiale infiammabile, una dinamica quasi replicata la notte tra il 17 e il 18 gennaio al "Moma Club" di Crema.

Anche qui, la chiusura è arrivata dopo un principio d'incendio innescato da fontane pirotecniche montate su bottiglie servite ai tavoli, una prassi di marketing (il cosiddetto "bottle service") che eleva esponenzialmente il rischio operativo. Le fiamme hanno raggiunto gli addobbi a soffitto: una red flag immediata per gli ispettori, che hanno riscontrato anche uscite di emergenza oscurate e carenza di personale antincendio.

La scure dei controlli ha colpito anche:

Il "Juliette" di Cremona: licenza sospesa per carenze documentali, uscite non fruibili e materiali privi di certificazione ignifuga, aggravati da episodi di violenza.

Il Bar Coa di Milano: chiuso il 15 gennaio, confermando che il focus si è allargato dalle discoteche ai centri urbani.

Quanto sta accadendo prefigura una selezione naturale del mercato. Il modello di business basato sulla massimizzazione delle presenze a scapito degli standard di sicurezza (sovraffollamento, materiali economici, artifizi pirotecnici non sicuri) è diventato un rischio legale e reputazionale non più assicurabile.

Per gli operatori del settore, lo scenario impone un bivio. Investimenti massicci, adeguamento sismico e antincendio, materiali certificati e formazione del personale (costi che comprimono i margini operativi nel breve periodo).

Per molte realtà storiche, come dimostra il caso Piper, il peso delle "non conformità" accumulate negli anni potrebbe rendere l'attività non più perseguibile economicamente. La sicurezza non è più una voce accessoria del bilancio, ma la conditio sine qua non per la continuità aziendale. Chi non si adegua, chiude. E il mito, da solo, non basta più a pagare il prezzo del rischio.

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