Lo studio di Unimpresa svela il costo della disputa transatlantica: nello scenario di ritorsioni incrociate ("Hard"), la meccanica e il lusso italiano potrebbero perdere fino all'8% nel 2026
Quella che nelle cancellerie diplomatiche viene definita la "disputa sulla Groenlandia" rischia di trasformarsi, nei bilanci delle imprese italiane, in una delle più severe correzioni commerciali dell'ultimo decennio, con un impatto diretto sull'export tricolore verso gli Stati Uniti stimato in una contrazione compresa tra il 3% e l’8% nel 2026 qualora si materializzasse lo scenario peggiore di ritorsioni tariffarie incrociate.
È un allarme rosso quello lanciato dal Centro studi Unimpresa, che in un report esclusivo analizza la metamorfosi di una tensione geopolitica in un rischio sistemico per il Made in Italy, evidenziando come l'interscambio con Washington, che nel 2024 ha viaggiato sull'ordine dei 65-70 miliardi di dollari, rappresentando il 10% delle vendite italiane oltreconfine, sia oggi esposto a una vulnerabilità asimmetrica capace di intaccare fatturato, produzione e livelli occupazionali nei comparti a più alta vocazione estera.
La fotografia scattata dagli analisti non lascia spazio a interpretazioni rassicuranti: se Bruxelles dovesse attivare il pacchetto di contro-dazi su un paniere di importazioni statunitensi pari a 93 miliardi di euro (circa un terzo dell'import beni dagli Usa), la reazione a catena dipenderebbe interamente dall'intensità della risposta. Nello scenario "Soft", caratterizzato da un'aliquota media europea del 10%, l'Unione incasserebbe un gettito doganale di circa 8-9 miliardi di euro l'anno a fronte di una riduzione dei volumi importati dagli Usa del 10%, un quadro che per l'Italia si tradurrebbe in costi di approvvigionamento più alti e frizioni sulle filiere, ma con danni diretti tutto sommato gestibili; tuttavia, è lo scenario "Hard" a delineare i contorni di una vera crisi industriale, poiché dazi medi al 25% (con gettito teorico di 17-18 miliardi ma crollo dei volumi importati fino al 30%) scatenerebbero quasi certamente la rappresaglia mirata di Washington sui beni europei, colpendo chirurgicamente i settori simbolo del nostro export come la meccanica strumentale, l’agroalimentare, la moda e i beni di consumo di fascia medio-alta.
In questo contesto, come sottolinea il vicepresidente di Unimpresa Giuseppe Spadafora, "il rischio principale non è solo l’effetto immediato dei dazi, ma la durata dell’incertezza", una variabile tossica che potrebbe spingere le corporation americane a riorganizzare le catene di fornitura escludendo i partner italiani e costringere le nostre aziende a rivedere gli investimenti, cristallizzando una perdita strutturale di quote di mercato che renderebbe vani i benefici di breve periodo di qualsiasi politica muscolare europea. La posta in gioco è la tenuta del biennio 2026-2027: senza un accordo rapido, si prospetta un freno alla crescita dell'industria, mentre una soluzione diplomatica consentirebbe un recupero dei flussi già dal 2027 limitando i danni a una fase transitoria.
L'analisi tocca un nervo scoperto della strategia continentale, ovvero l'utilizzo dell'Anti-Coercion Instrument (in vigore dal dicembre 2023) non più solo come leva tariffaria ma come strumento di deterrenza geopolitica in un quadro dove l'Europa vanta un surplus massiccio nei beni (+198,2 miliardi nel 2024) ma soffre una dipendenza critica nei servizi (in particolare digitale e cloud), terreno dove gli Usa potrebbero esercitare una pressione formidabile.
Il meccanismo di trasmissione dello shock economico descritto da Unimpresa è triplice: prezzi (inflazione settoriale sugli input produttivi), trade diversion (costosa sostituzione dei fornitori Usa) e investimenti (rinvio dei capex per l'incertezza normativa); per l'Italia, dove il mercato americano vale un decimo dell'export totale e assorbe prodotti ad alto valore aggiunto, una guerra commerciale prolungata non eroderebbe solo i margini, ma rischierebbe di spiazzare intere filiere a favore di concorrenti extra-Ue, motivo per cui la raccomandazione agli stakeholder è mantenere fermezza politica ma lavorare per una de-escalation negoziata, poiché quando il contesto esterno si irrigidisce, la politica economica interna deve semplificare, non aggiungere ostacoli, per permettere alle Pmi di assorbire l'urto e salvaguardare la competitività.