Attualità

L’Italia della casta e dei privilegi, viaggio nel Paese che ha smarrito la dignità

di Diego Minuti
 
L’Italia della casta e dei privilegi, viaggio nel Paese che ha smarrito la dignità

...e il bello è che ormai ci abbiamo fatto l'abitudine. 

Ebbene sì, noi italiani c'abbiamo fatto il callo ai paradossi, quando invece dovremmo imbufalirci, dovremmo fare sentire il dissenso e il disgusto davanti a quanto si materializza davanti ai nostri occhi. 

Un Paese dove si licenzia un operaio, accusandolo di essersi indebitamente appropriato del resto ''rubato'' da un distributore automatico di caffè; un Paese dove un manipolo di boiardi, scelti dallo Stato - e quindi dopo una attenta valutazione di meriti e preparazione - per difendere i diritti dei cittadini, spendono senza alcuna remora soldi pubblici, magari per comprare delle bistecche o per un taglio veloce dal parrucchiere di fiducia.

Forse, come Italia, non avremmo bisogno degli eroi di Bertolt Brecht, ma almeno di gente normale, che si comporti in modo normale, e anche onesto.

Eppure, quotidianamente, ci dobbiamo confrontare con una realtà in cui non si sono più regole. 

E per fortuna che c'è sempre qualche giudice di buonsenso (ce ne sono, a dispetto di quelli che dicono che la magistratura, non tutta, per fortuna, è marcia) che condanna al pagamento di 18 mensilità l'azienda che licenzia l'operaio, reo di essersi impossessato di - udite, udite - un euro e sessanta centesimi che la macchina infernale del caffè gli aveva rubato, non dandoli in resto.

Eppure, altrettanto quotidianamente, dobbiamo assistere alle distorsioni in cui rimangono invischiati coloro che, saliti in cima ad una classifica di merito, pensano che questo li autorizzi a comportarsi come faceva Jessie James, come un branco di cavallette su un campo di grano
 
Se le cose che la Guardia di Finanza ha accertato rispondono effettivamente alla realtà dei fatti - gli accusati negano tutto, decisi a restare al loro posto -, il consiglio dell'authority per la tutela della privacy ha messo da parte ogni prudenza, spendendo come se non ci fosse un domani, con conti astronomici dal macellaio di fiducia (a Roma, per le fettine, l'equivalente di Bulgari per la gioielleria), per viaggi aerei intercontinentali in business class e non come normali cittadini. 

E magari anche caricando sulla carta di credito dell'autorità un taglio di capelli o usando le auto di servizio come fosse Ambrogio, il mitologico autista di quella pubblicità di cioccolatini dalla carta dorata. 

Eppure, dati causa e pretesto, potremmo dire riecheggiando la gucciniana Avvelenata, consideriamo tutto questo come il prezzo da pagare, quando non dovrebbe, quando non può essere così. 

Ma la rivolta, prima ancora della politica pulita, dovrebbe essere della gente, chiamata a mostrare il suo sconcerto per un Paese reale che è ben diverso da quello cui tutti aspiriamo. 

Ecco perché resta difficile da sorseggiare l'amaro calice del vedere un pluripregiudicato essere conteso da televisioni e giornali, dandogli un ennesimo palco dal quale lanciare accuse a questo mondo e a quell'altro, solo perché le sue parole fanno audience, oltre che venire il voltastomaco.

Ma tutto quello che fa spettacolo viene ormai considerato come inevitabile. E per questo giustificato, come se non ci sia una alternativa. Ma se, domani, vedendo il Corona del momento in televisione disquisire della moralità - quella degli altri, ovviamente - staccassimo la spina potrebbe essere un primo segnale. Perché, come dicono Gino e Michele, anche le formiche nel loro piccolo si incazzano. 

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