Eravamo stati facili profeti quando cogliemmo, molti mesi fa, il cambio di strategia di Matteo Salvini che, forte dell'indeterminatezza legata al ruolo e alle prerogative di vicepremier, cominciò a intervenire, prima con prudenza, poi con sempre maggiore invadenza, in argomenti e settori che non sono di sua competenza e, come nel caso delle questioni della sicurezza, che non gli sono stati concessi dagli alleati.
Osservatorio politico: Salvini senza freni minaccia la tenuta del governo
Che la sua strategia sia quella dell'attacco frontale contro gli alleati - dei quali però non riesce ad erodere l base elettorale - è evidente eppure sempre negato. Ormai il suo sguardo è puntato alle prossime elezioni politiche, alle quali vuol arrivare forte anche di collegamenti internazionali che ne rafforzino l'immagine in Italia, appannata da troppe e ripetute strambate, tanto per usare un termine marinaro.
Ma ora, affiancato dai più fedeli tra i fedeli suoi pretoriani, Salvini ha alzato il livello dello scontro interno, mettendo in dubbio la guida della diplomazia, affidata ad Antonio Tajani, di cui, con Claudio Durigon, ha messo in dubbio la capacità di rappresentare gli interessi italiani in campo internazionale, aggiungendo che la Lega è a disposizione per tapparne le falle.
Troppo per Tajani, ma anche per Giorgia Meloni, che, sebbene molto abile a scansare i problemi e a trovarvi soluzione, spostando l'attenzione mediatica su altro, ora non può certo fare finta di nulla, mandando davanti alle telecamere gli esponenti di Fratelli d'Italia a tessere le lodi del primi ministro e di come, dietro la sua illuminata guida, tutti sono allineati e coperti.
Cosa affatto vera, anche perché Salvini continua a tessere la trama di una strategia improntata a talmente evidenti invasioni di campo da fare quasi pensare che lo faccia per cercare una reazione palese.
Perché non si può certo pensare che telefonare al vicepresidente americano e dire, ai quattro venti, che ha lodato gli Stati Uniti di Trump, mentre anche in Italia montano i timori per la politica dei dazi ''Made in Usa'', possa passare in silenzio. E allo stesso modo non si può certo considerare come un aspetto secondario del colloquio la disponibilità implicita a sostenere l'industria americana della comunicazione satellitare.
Che, si sa, porta in calce il nome di Elon Musk, con il quale sta apertamente flirtando. Al punto che il proconsole in Italia del multimiliardario, Andrea Stroppa, non perde occasione per innalzare agli altari tutto quello che fa la Lega, giungendo persino ad organizzare un suo personale sondaggio sull'efficacia di Matteo Piantedosi al ministero degli Interni.
Ma l'ultima sortita leghista con vista sulla Farnesina è stata talmente deflagrante da mettere in dubbio non solo i rapporti interni alla coalizione di maggioranza, ma anche dentro il governo, che non può andare avanti in un clima da giungla dove ogni albero, ogni cespuglio può celare una trappola o un cecchino.
Se, sopra tutto, c'è la necessità di tenere insieme la maggioranza, i continui strattoni di Salvini e dei suoi ''commando'' cominciano ad essere difficili da assorbire, ma anche da ignorare, perché resta chiaro che il segretario leghista vuole avere mani libere, anche perché deve rispondere alle tensioni dentro il suo partito.
La spassionata deriva trumpiana che ha imposto alla Lega non è che sia stata accettata da tutti, soprattutto nelle regioni dove la scure dei dazi potrebbe tagliare la base elettorale, costituita dalle piccole realtà produttive che prima si sentivano rappresentate e garantite e ora avvertono il forte peso del pericolo delle tariffe americane.
Ma, realisticamente, l'esplodere di dissensi irrisolvibili dentro il governo Governo, cosa porterebbe di buono a Salvini? Forse la possibilità di presentarsi all'elettorato prossimo futuro come il paladino della pace, come l'oppositore del piano di riarmo europeo di von der Leyen.
Certo, dovrebbe anche sapere cancellare le scorie del suo sfrenato putinismo, perché, pure se il clima tra Washington e Mosca sembra rasserenarsi, non è che può fare in eterno l'equilibrista.
Poi la fine anticipata del governo (ipotesi, comunque, al momento molto lontana) interromperebbe l'iter di importanti dossier, sui quali Salvini ha puntato e che annaspano tra mille difficoltà, e che se fossero accantonati gli darebbero la possibilità di dire: io lo volevo fare, le colpe sono di altri.