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Meloni attacca il Manifesto di Ventotene e alla Camera scoppia la bagarre

Redazione
 
Meloni attacca il Manifesto di Ventotene e alla Camera scoppia la bagarre

Se si adottasse il criterio, usato oggi alla Camera da Giorgia Meloni, di enucleare, dal contesto storico in cui furono scritte, alcune delle opere fondamentali della storia, della cultura e della politica, oggi nemmeno il Vangelo sarebbe accolto come un testo religioso, venendo relegato a libercolo scritto da quattro estremisti sulla base di ricordi imperfetti della parola del figlio di Dio.

Meloni attacca il Manifesto di Ventotene e alla Camera scoppia la bagarre

Lo stesso si potrebbe dire del contenuto degli inni nazionali di Paesi di riconosciuta civiltà che letti oggi, a distanza di secoli da quando furono scritti e con la società che ha subito l'evoluzione dettata dai tempi, sembrano un invito, citiamo a caso, a francesi e americani a bagnare le loro lame con il sangue dei nemici.

Dire, per come ha fatto Giorgia Meloni (padronissima di pensarla come più ritiene aderente alla sua storia politica) di non riconoscersi nel Manifesto di Ventotene è un atto politicamente legittimo, pur se ha scatenato le reazioni dell'opposizione per quello che, a giudizio di chi è contro il governo, è sembrata una spericolata, quanto perfettamente studiata a tavolino, provocazione.
E comunque atto legittimo non significa che, dal punto di vista dell'analisi storica, sia esatto.

Oggi, alla Camera, per la sua relazione in vista dei cruciali appuntamenti europei, Meloni ha citato, per attaccarlo, il Manifesto di Ventotene come se fosse la bibbia alla quale, quotidianamente, l'opposizione sazia la sua sete.

E lo ha fatto con un semplice artificio oratorio, citando la parte per l'insieme, cioè prendendo delle frasi del Manifesto e proponendole come fossero la summa dell'opera scritta da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, non ieri o ieri l'altro, ma nel 1944 (la prima stesura risale a tre anni prima), non nel chiuso di uno studio, ma mentre si trovavano confinati per avere espresso il loro antifascismo.

Ventotene, quindi, come luogo fisico della privazione della libertà e come piattaforma morale verso un futuro diverso e - visto quel che era il fascismo, in termini di repressione dei diritti di espressione degli italiani - in quel momento storico assolutamente utopico. Per cui i due intellettuali scrissero alla luce della loro ideologia, ma nella certezza di essere e sentirsi vittime di un regime.

Oggi il presidente del consiglio - che non fa mai nulla a caso - ha colto, dal testo del Manifesto, due frasi in cui Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi hanno voluto che si sentisse, chiaro e forte, il desiderio di libertà. Magari della loro libertà, intrisa da una precisa idea, ma non per questo da censurare o additare ed esempio di una dottrina liberticida se non se ne considera il tempo e le condizioni in cui esso fu elaborato.

''La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista'' e ''La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso'' sono parti di un progetto politico, ancorato al tempo in cui fu scritto e che oggi non può essere fatto assurgere a codice di comportamento di chi non la pensa come la maggioranza di centro-destra.

E' operazione politicamente accettabile, ma semanticamente azzardata, come se oggi, in parlamento (perché è lì che si decidono le sorti del Paese) ci fossero delle forze politiche che si battono, ogni santo giorno, per cancellare la proprietà privata. Che persino nelle residue patrie sopravvissute alla caduta del comunismo vale tanto quanto, forse anche meno.

Il Manifesto di Ventotene è un testo importante, forse non fondamentale per la nostra democrazia, ma che ha tracciato, con l'idea di un'Europa politicamente unita, una strada che è stata già percorsa e che oggi qualcuno vorrebbe sbarrare. Ma, anche se vi ha certamente contribuito, lo scritto di Spinelli e Rossi non è certo la Costituzione, alla quale tutti, anche coloro che, implicitamente ne contestano la genesi, devono sottostare.
Sentire fare da Giorgia Meloni alla Camera, in una delle due massime espressioni ''fisiche'' della nostra democrazia,

una distinzione tra il suo concetto di Europa e quello degli ''altri'' sembra più una provocazione, di certo non ''dal sen fuggita''. La rivolta in aula delle opposizione è diretta conseguenza e come sempre è servita ad accreditare il parlamento non come luogo dove si confrontano i migliori, ma un'agorà qualsiasi, alla stregua di una riunione di condominio.

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