Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha incriminato dodici persone, con cittadinanza cinese, accusandole di avere attaccato i profili personali di dissidenti residenti negli Stati per poi venderne i contenuti al governo cinese. Secondo il DOJ, l'operazione aveva come obiettivo anche le agenzie governative degli Stati Uniti, tra cui il Tesoro.
Hacker cinesi vendevano al governo dati personali di dissidenti residenti in America
In una nota, il Dipartimento di Giustizia ha affermato che gli hacker avrebbero preso di mira anche un'organizzazione religiosa americana e un quotidiano di Hong Kong.
A dicembre, il Dipartimento del Tesoro ha segnalato una "grave" violazione da parte di hacker sponsorizzati dalla Cina, affermando che erano riusciti ad accedere alle postazioni di lavoro dei dipendenti e ad alcuni documenti non classificati.
All'epoca, la Cina negò qualsiasi coinvolgimento, definendo l'accusa "infondata" e affermando di "opporsi fermamente a tutte le forme di hacking".
Non è chiaro quando siano state emesse le ultime accuse del Dipartimento di Giustizia, ma sono state rese note ieri in un tribunale federale di Manhattan.
Tra gli individui accusati ci sono due funzionari del Ministero della Pubblica Sicurezza cinese.
Il Dipartimento di Giustizia ha affermato che gli hacker, che sembrano rappresentare una società privata, i-Soon, hanno chiesto alle agenzie cinesi una cifra compresa tra 10.000 e 75.000 dollari per ogni casella di posta elettronica violata.
Per i pubblici ministeri, gli hacker hanno ''effettuato intrusioni informatiche" sotto la direzione dei ministeri cinesi e di propria iniziativa, e che siano stati "lautamente pagati per i dati rubati".
"Oggi smascheriamo gli agenti del governo cinese che dirigono e promuovono attacchi indiscriminati e sconsiderati contro computer e reti in tutto il mondo", ha affermato Sue J Bai, a capo della Divisione per la sicurezza nazionale del Dipartimento di Giustizia.
"Continueremo a lottare per smantellare questo ecosistema di mercenari informatici e proteggere la nostra sicurezza nazionale", ha aggiunto. Anche se non sono stati forniti dettagli più precisi, pare che l'organizzazione religiosa colpita dagli hacker "in precedenza inviava missionari in Cina ed era apertamente critica nei confronti del governo della Repubblica Popolare Cinese''.
Anche un quotidiano di Hong Kong era sulla lista. Sebbene non fosse nominato, per il Dipartimento "considerato contrario al governo'' di Pechino. Oltre alle agenzie statunitensi, si dice che gli hacker abbiano preso di mira i ministeri degli Esteri di Taiwan, India, Corea del Sud e Indonesia.