Nelle prime ore del giorno, quando i raggi dorati dell’alba si insinuano tra le fronde vellutate della foresta pluviale e la nebbia s’innalza lenta come un incenso sacro, accade qualcosa di profondamente incantato.
In un lembo remoto del Volcanoes National Park, laddove la vita si muove ancora al ritmo arcaico della natura, un gigante nero dalla schiena argentata – muscoloso come una scultura vivente, ma aggraziato come un danzatore antico – discende lungo un tralcio muschioso, posandosi con una regalità silenziosa.
La rinascita dei gorilla fra le nebbie del Ruanda
Ai suoi piedi, una femmina lo accudisce in un rituale intimo di toelettatura, del tutto indifferente alla presenza discreta degli umani che osservano in estasi. Poco più in là, due giovani gorilla si sfidano in un gioco di smorfie e finte battaglie, mentre un cucciolo si rifugia tra le braccia materne, i suoi occhi spalancati sul teatro selvaggio e familiare della vita.
Assistere a questo spettacolo di autenticità primigenia è più di un viaggio: è un pellegrinaggio. È l’incontro con ciò che resta di sacro nel mondo. Ma ciò che oggi sembra eterno e inviolabile, un tempo era appeso al filo del nulla.
Negli anni Sessanta e Settanta, i bracconieri – predatori travestiti da uomini – decimarono queste nobili creature, conducendole sull’orlo dell’estinzione. Poi, nel 1994, il genocidio ruandese strappò ferite profonde anche alla natura: i monti vulcanici del parco divennero teatri di guerra, e i gorilla, con una popolazione che stentava a superare i 300 esemplari, parevano destinati al silenzio. Eppure, come l’araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri, il Ruanda ha saputo riscrivere il proprio destino – e quello dei suoi figli pelosi – con una forza che ha del miracoloso.
Oggi, i gorilla di montagna rappresentano un unicum luminoso: sono le uniche grandi scimmie il cui numero non decresce. Secondo il WWF, la loro popolazione cresce del 3% ogni anno dal 2010. Questo fragile trionfo è frutto di una sinfonia complessa e magistralmente orchestrata: pattugliamenti anti-bracconaggio, coinvolgimento delle comunità locali, e un turismo attentamente regolato che trasforma ogni visita in un atto di tutela e di amore.
A partire dal 2005, trecentonovantacinque cuccioli sono venuti alla luce, e ciascuna di queste nuove vite è stata celebrata secondo un rito antico e struggente, che affonda le sue radici nella tradizione più pura del popolo ruandese: il Kwita Izina, che in lingua kinyaRuanda significa "dare un nome".
Questa cerimonia annuale, giunta quest’anno al ventesimo anniversario, non è un semplice evento: è una dichiarazione d’amore collettiva. Un inno alla vita e alla rinascita. Come nei villaggi di un tempo, quando le famiglie si riunivano per dare un nome ai neonati, così oggi, ai piedi degli antichi vulcani, la nazione intera si stringe intorno ai nuovi nati della foresta.
"È una grande storia di successo quella di celebrare il progresso di una specie che era in declino e sull’orlo del baratro", ha dichiarato alla BBC Praveen Moman, fondatore di Volcanoes Safaris e pioniere del turismo dei gorilla dopo il genocidio.
"All’inizio era un evento piccolo, locale e simbolico, solo per i ranger e per chi era coinvolto nella conservazione. Ora il governo ha reso questo un evento internazionale e riconoscibile per evidenziare il successo della conservazione”. Ogni nome assegnato a un cucciolo è un sigillo poetico sul suo destino, un augurio pronunciato con reverenza.
L’anno scorso, l’attore Idris Elba ha battezzato "Narame" – ovvero "lunga vita" – un cucciolo la cui madre aveva già perduto due figli. La giovane studentessa Elvine Ineza ha scelto invece "Nibagwire", "moltiplicarsi", augurando prosperità a una nuova famiglia di gorilla. In questi nomi vive la speranza, la memoria, la forza.
Nel periodo dell’equinozio d’autunno, decine di migliaia di anime – celebrità, ambientalisti, artisti e contadini – convergono in un abbraccio spirituale ai piedi del monte Karisimbi. Una scultura colossale di bambù a forma di gorilla veglia sulla cerimonia, mentre i guerrieri Intore battono la terra al ritmo ancestrale dei tamburi. Si canta, si danza, si racconta: la cultura ruandese si fonde con la natura, come se ogni gesto celebrasse la sacralità del legame tra uomo e animale.
"È per la comunità ed è anche per loro", ha affermato Irene Murerwa del Ruanda Development Board, parlando alla BBC. “Kwita Izina ha lo scopo di ringraziare la comunità locale prima di ogni altra cosa”.
Sì, perché se oggi i gorilla vivono, è grazie alla gente che li circonda.
Il Ruanda è tra i Paesi più densamente popolati del continente africano, e ogni lembo di terra è prezioso. Gli abitanti dei villaggi confinanti hanno bisogno di motivi tangibili per proteggere la foresta. Come ricorda Moman: "Se vuoi salvare i gorilla devi concentrarti sulle persone. A meno che la gente del posto non veda qualche beneficio specifico dal turismo e dalla conservazione, non c’è motivo per cui dovrebbe sostenere il futuro dei gorilla".
I numeri parlano chiaro: nel solo 2023, oltre 1,4 milioni di viaggiatori hanno visitato il Ruanda, generando 620 milioni di dollari. Osservare i gorilla richiede un permesso da 1.500 dollari, ma questo investimento contribuisce a un’economia virtuosa. Il 10% delle entrate dei parchi viene reinvestito nelle comunità: scuole, abitazioni, impianti idrici e sanitari, tutto per garantire che la prosperità sia condivisa, che la foresta sia amata e protetta. Il turismo offre ora mezzi di sostentamento a migliaia di persone. Greg Bakunzi, fondatore di Red Rocks Ruanda, ha dato vita a un’impresa sociale che unisce turismo, conservazione e sviluppo sostenibile. Durante il Kwita Izina, organizza il Red Rocks Cultural Festival, una settimana di celebrazioni artistiche: musica, poesia, dibattiti, arte e coscienza ecologica.
“Volevo creare un evento della durata di una settimana che potesse anche integrare la conservazione della comunità”, spiega Bakunzi. “La cultura delle comunità è intimamente legata al mondo naturale che le circonda. Preservano non solo l’ambiente del Monte Virunga, ma anche le culture storiche e le arti tradizionali della regione, ottenendo accesso a fonti di reddito sostenibili dal turismo”. E così, anno dopo anno, tra le fronde umide e profumate del parco, un popolo intero ricama il proprio riscatto attraverso la poesia della conservazione. E lì i gorilla - emblema di un’Africa ferita e poi guarita - vivono, crescono, giocano. E ogni nome che viene loro donato è un sigillo di eternità, un sussurro d’amore pronunciato nella lingua antica della speranza.