La Befana sopravvive per puro dispetto ontologico. Non dovrebbe essere qui, non in questo presente dominato dal politically correct fino all'asfissia, dove ogni simbolo deve giustificare la propria esistenza attraverso un comitato di validazione culturale. Eppure eccola, testarda come un errore di codice che nessun aggiornamento riesce a correggere, a volare su quella scopa ridicola mentre il resto del mondo si è convertito alla mobilità sostenibile e al linguaggio inclusivo.
L'insostenibile leggerezza del carbone
Il suo primo “crimine” è la semplicità. In un'epoca che ha trasformato ogni gesto in processo, ogni decisione in percorso, ogni scelta in narrazione da condividere, lei continua a operare secondo una logica binaria che fa impallidire i più complessi algoritmi: buoni da una parte, cattivi dall'altra, carbone o caramelle: stop!. Non offre consulenze, non apre tavoli di ascolto, non propone webinar di approfondimento. Giudica. E questo, nel regno dell'assoluzione permanente dove ogni deficit è una neurodivergenza da celebrare e ogni fallimento un trauma da metabolizzare, equivale a un atto di terrorismo simbolico. La cosa ancora più scandalosa è che questo giudizio arrivi da un corpo invendibile.
Perché la Befana non è semplicemente vecchia: è vecchia male, senza quella patina di saggezza sussurrata che rende accettabile la senilità nelle pubblicità di integratori alimentari. È vecchia nel modo sbagliato, con quella bruttezza ostinatamente refrattaria a qualsiasi estetizzazione. Non può essere recuperata dalla body revolution, non può diventare un caso di empowerment geriatrico, non può nemmeno aspirare a quella forma di bruttezza radical chic che si fotografa bene su Instagram. Esiste fuori dalle griglie di accettabilità, e questa sua irriducibilità alla categoria è probabilmente il suo gesto più sovversivo.
Dal punto di vista sindacale, poi, rappresenta tutto ciò che dovremmo aborrire: lavoro notturno non retribuito, assenza di tutele contrattuali, prestazione gratuita perpetuata attraverso i secoli senza nemmeno un misero rimborso spese per la benzina della scopa. Eppure nessuno sciopera per lei, nessuna petizione digitale, nessun hashtag solidale. E soprattutto, ed è qui che la cosa si fa davvero interessante, nessuna femminista a protestare per questa palese incarnazione del gender gap. Perché la Befana è esattamente questo: l'emblema perfetto della disparità di genere. Babbo Natale arriva trionfante, rosso, paffuto, celebrato, merchandising planetario, Coca-Cola, film, canzoni. Lei arriva calandosi di notte dal camino come una ladra, a pulire il casino delle feste, a fare il lavoro sporco. Lui porta doni, lei il carbone. Più gender gap di così… Eppure tutti muti, anzi, tutte mute.
Ma ciò che la rende davvero intollerabile è il suo rapporto con il tempo. Arriva sempre alla fine, quando il Natale ha già spremuto l'ultima goccia di buoni sentimenti e soldi, quando i propositi si sono già incrinati e l'entusiasmo obbligatorio ha cominciato a mostrare le crepe. Non inaugura, non promette rinascite, non apre scenari. Chiude. È l'interruttore che spegne le luci della festa e accende quelle al neon della vita vera. La Befana non fa magia: fa realtà. E la realtà, in un mondo che ha fatto dell'ottimismo forzato una religione di Stato, è considerata una forma di violenza. Hanno provato, naturalmente, a addomesticarla. L'hanno trasformata in evento territoriale, in occasione di valorizzazione del patrimonio immateriale, in format turistico. L'hanno costretta a sorridere dentro villaggi tematici, le hanno messo in mano microfoni e palloncini brandizzati. L’hanno finanche resa sexy in giarrettiere e guêpière.
Ma la sostanza resiste a ogni operazione di lifting semantico: una vecchia che porta carbone ai bambini cattivi. E che intanto osserva ridendo sotto i baffi. Perché senza baffi che Befana sarebbe! Osserva madri che riempiono calzette con lo stesso entusiasmo con cui compilano dichiarazioni dei redditi, bambini che non credono più a niente ma recitano la parte per convenienza e padri che fingono incanto mentre fanno mentalmente il calcolo del costo al chilo delle caramelle. E nonostante tutto continua a tornare.
Non perché la vogliamo, ma perché non riusciamo a liberarcene. Come tutte le verità scomode che continuano a esistere anche quando abbiamo smesso di guardarle. Le feste finiscono, le calze si svuotano, e il carbone a volte… è solo carbone. Niente metafore, niente percorsi di crescita. Solo una brutta vecchia -dem o vecchia brutta, fate voi - che sa perfettamente di non doverci niente, e che proprio per questo continua a presentarsi, puntuale come un conto da pagare.