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Accuse di abusi e controlli medici sulle dipendenti: bufera su Julio Iglesias

Barbara Leone
 
Accuse di abusi e controlli medici sulle dipendenti: bufera su Julio Iglesias

Soy un truhán, soy un señor… Sono un pirata, sono un signore,  cantava Julio Iglesias con quella voce da cioccolatino sciolto al sole. Il mascalzone galantuomo, l'eterno seduttore, l'uomo che ti guardava negli occhi mentre ti prometteva la luna. Peccato che le sue ex dipendenti raccontino una versione meno romantica: quella di un datore di lavoro che prima di assumerti per spolverare i suoi Grammy voleva sapere cosa succedeva nel tuo utero.

Accuse di abusi e controlli medici sulle dipendenti: bufera su Julio Iglesias

Perché quando chiedi curriculum ed ecografia pelvica insieme, caro Julio, forse hai confuso colloquio di lavoro con visita prematrimoniale anni Cinquanta. Ecografie pelviche, test HIV, screening per malattie sessualmente trasmissibili. Un protocollo sanitario che neanche per entrare alla NASA. E tutto questo non per astronauti o chirurghi, ma per donne assunte per piegare asciugamani e lucidare pavimenti. Solo le domestiche interne, però. Gli altri membri dello staff – chissà perché immaginiamo fossero prevalentemente maschi – restavano beatamente all'oscuro delle gioie della medicina preventiva. Una sorta di selezione naturale domestica, coi referti che ovviamente finivano dritti sulla scrivania del cantante. Carolina – nome inventato per proteggere chi è già stata abbastanza esposta – racconta di aver lavorato in altre ville di lusso dove sì, ti facevano il test antidroga e HIV per l'assunzione, poi però si fermavano. Lì no, lì si andava nel dettaglio anatomico. Il tutto nella Repubblica Dominicana, dove per inciso la legge vieta ai datori di lavoro di sottoporre i dipendenti anche ai test HIV. Ma quando hai venduto trecento milioni di dischi, evidentemente le normative locali diventano più... interpretabili. Un po' come le note delle tue canzoni, Julio: belle in teoria, stonante in pratica.

Supportate da Women's Link Worldwide e Amnesty International, Laura e Rebeca – anche qui, nomi di fantasia per storie fin troppo concrete – hanno invece sporto denuncia per "molestie sessuali", "tratta di esseri umani" e "lavoro forzato". Le accuse parlano di violenze multiple tra gennaio e ottobre 2021, di dipendenti impedite di uscire dalle residenze per giorni, di condizioni di lavoro degradanti. Una descrive fatti che potrebbero configurare stupri. Ma Julio, interpellato da Univision, elDiario.es e AFP, ha scelto la via del silenzio. L'uomo che aveva sempre una parola dolce per tutti, improvvisamente scopre il mutismo selettivo. Forse sta componendo una nuova ballata: "Yo no respondo, yo no comento". Rebeca, nel comunicato, spiega di voler essere d'esempio per altre dipendenti: "Voglio dire loro di essere forti, di ricordare che non è invincibile". Che è un modo elegante per dire: anche i miti possono finire davanti a un giudice. E mentre le associazioni umanitarie raccolgono testimonianze e la procura spagnola valuta i fatti, viene da chiedersi: ma Julio, cosa pensavi di trovarci, in quei referti ginecologici? La formula segreta della fedeltà domestica? Il certificato di garanzia? O semplicemente ti piaceva l'idea di avere un altro tipo di controllo, oltre a quello del telecomando del tuo stereo? Perché diciamolo: quando pretendi di sapere cosa succede nell'apparato riproduttivo di chi ti stira le camicie, non stai facendo prevenzione sanitaria. Stai giocando al piccolo dio della villa, quello che vuole marchiare il territorio anche a livello cellulare. E chiamarlo "prassi aziendale" è un insulto alla decenza, oltre che alla grammatica dei rapporti di lavoro. Soy un truhán, soy un señor… Sulla prima parte, caro Julio, avevi ragione. Quanto alla seconda, canteranno i giudici. Ma tranquillo, Julio: se anche dovessi perdere tutto, ti resteranno sempre le tue canzoni. E, a quanto pare, una collezione invidiabile di cartelle cliniche.

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