Attualità

Sigarette più care. Il vizio è umano, ma l’ipocrisia, purtroppo, lo è ancora di più

di Walter Rodinò
 
Sigarette più care. Il vizio è umano, ma l’ipocrisia, purtroppo, lo è ancora di più

Ogni volta che lo Stato decide di alzare il prezzo delle sigarette, la narrativa è sempre la stessa, tassare i vizi fa bene alla salute e fa bene al senso civico. Meglio colpire ciò che “non serve” piuttosto che ciò che è essenziale. Una logica che appare ineccepibile e perfino rassicurante. Eppure, basta scendere un gradino più in profondità per cogliere l’enorme contraddizione che questo ragionamento porta con sé. Ed è un nodo antico, che attraversa secoli di pensiero, da Dante Alighieri fino alle riflessioni contemporanee sul rapporto fra esseri umani, con le loro fragilità, e sistema. Dante, nel suo viaggio tra peccato e redenzione, vedeva nel vizio non solo una colpa, ma una derivazione naturale della condizione umana. Il vizio è parte dell’uomo, come la fatica, il desiderio, il bisogno di tregua, la ricerca di un appiglio mentre il mondo muta a velocità insostenibile. La sua funzione, per quanto possa sembrare scomodo ammetterlo, è profondamente radicata nella nostra esistenza imperfetta.

Perché, dunque, colpire ciò che è connaturale all’essere umano, ciò che spesso rappresenta una piccola forma di autocura, un gesto che regala un frammento di sollievo in un tempo che pressa e spesso schiaccia? Le sigarette, si dirà, fanno male. Certo, e lo dico da fumatore incallito. Ma fanno male anche la precarietà lavorativa, l’inflazione cronica, la solitudine sociale, la stanchezza emotiva. Fa male la sensazione, lucida e dolorosa, che la globalizzazione abbia ampliato non solo i mercati ma le distanze, creando una nuova frattura tra chi ha molto e chi ha sempre meno. E chi fuma, spesso, appartiene a quella fascia di popolazione che vive ogni giorno sulla frontiera più dura: stipendi bassi, lavori ripetitivi, orizzonti stretti, meno strumenti culturali, meno tempo, meno riparo.

Colpire il vizio significa colpire proprio loro. L’aumento del prezzo delle sigarette viene ammantato da un intento etico, quasi paternalistico: “lo facciamo per il vostro bene”. Ma non è forse più onesto dire che lo si fa per incassare di più? Non è forse più limpido ammettere che si sceglie la strada più facile, quella che non genera proteste diffuse, quella che non ha lobby aggressive, né tavoli negoziali, né scioperi? Il potere ama presentare come virtù ciò che è semplicemente necessità fiscale. È un meccanismo antico, che nella storia si ripete ogni volta che si può trasformare un bisogno di bilancio in una lezione morale. Si mette il vizio alla gogna, mentre si evita accuratamente di guardare negli occhi le vere diseguaglianze, quelle che scavano la carne del Paese molto più di un pacchetto di sigarette. La verità è che il vizio, qualunque esso sia, non è un vezzo degli irresponsabili, ma una delle tante risposte umane alla fatica di vivere in un mondo spesso ingiusto. E tassarlo, nascondendosi dietro un’idea di salute pubblica, rischia di diventare l’ennesima forma di ipocrisia istituzionale, moralizzare i fragili invece di sostenerli e punire i comportamenti invece di comprenderne le radici. Il vizio è umano, ma l’ipocrisia, purtroppo, lo è ancora di più.

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