Il calendario degli scioperi è ormai diventato, per molti cittadini e imprese, uno strumento di consultazione abituale. È da questa constatazione che prende le mosse l’inchiesta pubblicata dal settimanale Panorama, diretto da Maurizio Belpietro, che analizza l’andamento delle mobilitazioni sindacali in Italia e mette a confronto i dati del 2025 con le prime indicazioni per il 2026.
Scioperi, nel 2025 record di mobilitazioni: oltre 1.400 proclamazioni e servizi sotto pressione
Come osserva l’inchiesta firmata da Carmine Gazzanni e Flavia Piccinni, l’anno appena iniziato si è aperto con numeri già significativi: a metà gennaio 2026 gli scioperi proclamati sono 56. Un dato che, secondo gli autori, prescinde dalla loro effettiva realizzazione: Nn importa se poi lo stop si farà davvero o sarà revocato all’ultimo minuto. Conta fissarlo. Dare un segnale. L’analisi si concentra in particolare sul 2025, definito un annus horribilis per il livello di conflittualità registrato nei servizi pubblici essenziali. I numeri sono quelli certificati dalla Commissione di Garanzia dello sciopero, oggi presieduta da Paola Bellocchi: nel corso dell’anno sono state proclamate 1.485 mobilitazioni, delle quali 536 effettivamente realizzate. In media, quattro scioperi proclamati al giorno e uno effettivo, festivi compresi.
Il settore più colpito resta quello dei trasporti, con 626 scioperi proclamati tra ferrovie, aviazione e trasporto pubblico locale. Seguono la sanità con 129 mobilitazioni, la scuola con 48, la logistica e la pubblica amministrazione con 156 ciascuna, la giustizia con 60, l’igiene ambientale con 160 e il settore della comunicazione con 183. Le forme di protesta sono state le più varie: interruzioni di poche ore alternate a blocchi di 24 ore, scioperi nazionali accanto ad agitazioni territoriali, iniziative promosse sia dalle confederazioni storiche sia da una galassia di sigle autonome spesso in concorrenza tra loro. Nel dettaglio, l’inchiesta ricostruisce una fitta sequenza di scioperi che ha attraversato il Paese.
Nel settore aereo, solo per fare alcuni esempi, il 31 gennaio 2025 all’aeroporto di Verona è stata proclamata un’astensione di quattro ore da parte di diverse sigle sindacali; il 16 febbraio si sono fermati per 24 ore i lavoratori di Ita Airways; il 7 marzo hanno scioperato a Roma, dalle 10 alle 18, i dipendenti dell’Enav, l’ente che gestisce il traffico aereo civile. Nel trasporto pubblico locale le mobilitazioni hanno coinvolto, tra gli altri, le autolinee Giamporcaro in Sicilia, ConeroBus nelle Marche, l’Eav in Campania e la Sasa a Bolzano, con una concentrazione significativa di scioperi nel mese di gennaio. In contemporanea, a Roma hanno incrociato le braccia anche alcuni sindacati dei Vigili del Fuoco. Accanto a questi dati, emerge un elemento rilevante: la maggior parte degli scioperi proclamati non si realizza. Nel 2025 ben 964 mobilitazioni sono state revocate, spesso all’ultimo momento, mentre altre sono state accorpate o cancellate dopo accordi tra le parti. Un fenomeno che, secondo l’inchiesta, alimenta il sospetto di un utilizzo sempre più tattico dello sciopero, non più come extrema ratio ma come strumento di pressione preventiva.
A questo si aggiunge, come sottolinea il politologo Alessio Postiglione, un cambiamento di natura del conflitto sindacale. «Il 2025 ha trasformato lo sciopero da strumento di rivendicazione economica a veicolo di protesta politica», osserva. Mobilitazioni contro le manovre di bilancio, contro le politiche del lavoro e contro le scelte di politica estera avrebbero progressivamente saldato il conflitto sindacale alle piazze, «diventando un atto di contestazione generale contro il governo e, più in profondità, contro l’idea stessa di mediazione istituzionale».
Le manifestazioni legate al conflitto in Medio Oriente, in particolare quelle per Gaza o a sostegno della Flotilla, vengono citate come esempi emblematici di questa saldatura. Una lettura condivisa anche da parte delle associazioni di categoria. «I diritti sono una cosa importante, dunque guai a utilizzare lo sciopero per motivi che esulano la legittima tutela degli interessi dei lavoratori», afferma Cristian Camisa, presidente nazionale della Confederazione italiana della piccola e media industria (Confapi), che rappresenta oltre 100 mila imprese italiane. «Come Confapi, sappiamo bene che il problema principale del lavoro sono soltanto salari e produttività, senza quest’ultima non ci sono i primi, e per aumentare la produttività serve un concerto, una collaborazione fra lavoratori e imprese, perché il bene dei lavoratori coincide con quello degli imprenditori e dell’Italia. Va criticato chi opera per dividere e riproporre una conflittualità sociale che fa male a imprese e lavoratori».
Secondo l’inchiesta, il costo di questa conflittualità permanente ricade soprattutto sui cittadini: pendolari costretti a riorganizzare gli spostamenti, famiglie bloccate nei giorni festivi, studenti penalizzati, lavoratori autonomi e piccoli imprenditori colpiti da servizi che si interrompono con regolarità. «Ogni sciopero, anche quando legittimo, produce una somma di microdanni che, accumulandosi, incidono sulla fiducia collettiva e sulle casse pubbliche», spiega ancora Postiglione. Va inoltre considerato che i dati della Commissione di Garanzia riguardano esclusivamente i servizi pubblici essenziali, lasciando fuori ampie porzioni del mercato del lavoro, in particolare il settore privato, dove non esiste un obbligo generalizzato di comunicazione delle astensioni.
«Quella che vediamo è solo la punta dell’iceberg. Una punta enorme, certo, ma pur sempre una punta», osserva l’analista. Nonostante l’intensità delle proteste, sottolinea infine l’inchiesta di Panorama, poche vertenze si sono chiuse in modo strutturale. Il 2026 si apre così con nuove proclamazioni, in una continuità che porta Postiglione a una conclusione netta: «L’impressione è che l’Italia non stia attraversando una stagione di proteste, ma un cambio di paradigma: lo sciopero come normalità, non più come ultima risorsa». Una trasformazione che rischia, secondo il settimanale, di svuotare lo strumento del suo significato originario, riducendolo a un rumore di fondo permanente.