La verità ti fa male, lo so. Sì: ho sbagliato canzone e pure cantante, ma non ho sbagliato argomento. Perché qui si parla di musica, anzi di canzonette: citazione obbligata, Bennato docet. E allora andiamo dritti al ritornello della polemica. Romina Power ha detto la santa verità: Felicità è una canzone banale. Anche se viene da dire: e le altre? Cioè, cara Romina, non è che Nostalgia canaglia, Ci sarà o Sharazan fossero usciti dalla penna di De André! Per non parlare di Cara terra mia: come va come va, tutto ok tutto ok e il cuuuooore? Roba che manco un canto parrocchiale. Eppure eccoci qui, nel 2026, a scannarci perché una signora di 74 anni ha avuto l'ardire - l'impudenza, direbbe qualcuno - di confessare pubblicamente ciò che chiunque dotato di orecchie e onestà intellettuale sapeva da sempre: che Felicità non è esattamente Caruso.
Il primo a perdere, come si suol dire, le staffe è stato Popi Minellono, autore del brano incriminato. «Romina ha fatto un clamoroso autogol, ha tradito il suo pubblico», ha tuonato con la solennità di chi difende non una canzonetta da classifica anni Ottanta, ma l'inno nazionale. Ha poi tirato fuori i numeri - tre miliardi di visualizzazioni nell'ultimo anno, nientemeno - come se la quantità fosse diventata, per magia algoritmica, sinonimo di qualità. Del resto, pure Baby Shark ha miliardi di visualizzazioni, e nessuno si sognerebbe di definirla il capolavoro musicale del secolo. O forse sì, dipende dal pubblico. Poi è scesa in campo Loredana Lecciso - perché quando c'è una polemica su Al Bano, lei non può mancare - che ha spiegato con aria afflitta come tutto ciò che Romina bocciava diventasse un grande successo. «Era un termometro al contrario», ha detto, dipingendo l'ex moglie del suo compagno come una sorta di Cassandra della musica leggera, condannata a non credere mai nei propri trionfi commerciali.
Naturalmente, a quel punto Romina non poteva restare in silenzio. E infatti, con l'aplomb di chi ha frequentato mezzo secolo di salotti televisivi, ha risposto via Instagram con una lezioncina di etimologia. «Banale deriva dal francese antico banal e significa semplicemente qualcosa di comune, di neutro. Non è un termine offensivo». Insomma: io non ho detto che fa schifo, ho solo detto che è normale, comune, neutra. Un po' come dire a qualcuno che non è brutto, è solo insignificante. Una distinzione sottile ma, si sa, le sfumature sono tutto. «State creando una montagna da un monticello di talpa», ha proseguito con quella metafora zoologica che suona quasi freudiana. E infine, la chiusa edificante: «Sono molto affezionata alla canzone, l'ho sempre cantata e continuerò a farlo». Traduzione: sì, è banale, ma ci ho campato (e guadagnato) quarant'anni, mica sono scema.
Perché questo è il punto, alla fine. Felicità è diventata, piaccia o non piaccia, il simbolo di un momento sereno per un'intera generazione. Non per i melomani, non per i critici musicali, ma per quelli che andavano in montagna con la famiglia con il mangiadischi in macchina che cantava Felicità. O quelli che ballavano alle feste di paese o che tubavano col biondino del quinto banco e chi più ne ha più ne metta. E che oggi la risentono e si inteneriscono ripensando a un periodo che, filtrato dalla nostalgia (canaglia, canaglissima), appare sempre migliore di quello presente. È il privilegio della memoria: rendere tutto più luminoso, persino le canzonette.
E forse è proprio qui l'ironia suprema di questa vicenda: una canzone sulla felicità ha scatenato un putiferio di risentimenti, accuse, difese d'ufficio e prese di posizione degne di un dibattito costituzionale. Romina ha semplicemente detto ad alta voce ciò che sussurravamo tutti sottovoce - che Felicità e il suo bicchiere di vino con un panino non è Bohemian Rhapsody - e per questo è stata trattata come un'eretica. Ma d'altronde, lo sappiamo: la verità raramente è popolare, specie quando riguarda le cose a cui siamo affezionati. E allora forse il vero tema non è se Felicità sia banale o meno, ma perché abbiamo così tanto bisogno di credere che non lo sia. Forse perché ammettere la banalità di quella canzone significherebbe ammettere la banalità di certi ricordi. E quello, evidentemente, fa più male di qualsiasi parola francese antica. Alla fine, come cantava qualcun altro, la vita è tutta un quiz: e la risposta giusta, spesso, è quella che nessuno vuole sentire.