Non è un semplice cambio di vita, ma l'ennesimo, e forse più clamoroso, segnale che la tregua in casa Del Vecchio è finita. L'annuncio dell'uscita di Rocco Basilico da EssilorLuxottica, dove ricopriva il ruolo di Chief Wearables Officer, a partire dal 1° gennaio, si inserisce nel momento di massima tensione e incertezza che sta vivendo Delfin, la cassaforte di famiglia da oltre 50 miliardi.
Ufficialmente, l'ottavo erede designato da Leonardo Del Vecchio, figlio di Nicoletta Zampillo, desidera dedicarsi a nuove iniziative imprenditoriali, in particolare in California. Una narrazione rassicurante, perfettamente in linea con l'esigenza di non far trapelare la gravità dello scontro in corso. La verità, ricostruita dietro le quinte, è che la sua mossa arriva dopo un vero e proprio braccio di ferro che ha acceso l'ultimo mese in Lussemburgo, con Delfin che ora deve affrontare non solo le faide interne, ma anche la stretta della magistratura.
Basilico non era un dirigente qualunque. A lui si deve la visione strategica che ha portato il gruppo a diventare un attore chiave nel segmento degli smart glasses, in particolare attraverso la partnership con Meta. Un sodalizio così profondo da aver portato, a luglio, la stessa Meta a rilevare circa il 3% di EssilorLuxottica, dando credibilità internazionale al progetto wearables. L'uscita di una figura così centrale, che ha anche guidato il marchio di lusso Oliver Peoples rafforzando la presenza negli Stati Uniti, è un innegabile scossone sul piano industriale.
Ma la vera posta in gioco si gioca in Lussemburgo. Basilico detiene il 12,5% di Delfin in nuda proprietà, una quota paritetica agli altri sette eredi, ma gode anche dell'usufrutto trasferito dalla madre, che gli conferisce il diritto di voto. Ed è proprio su questo punto che si è consumata una frattura insanabile: Leonardo Maria Del Vecchio ha contestato formalmente la legittimità del suo diritto di voto in assemblea, riaprendo un contenzioso legale sull'eredità e sull'attribuzione dell'usufrutto risalente al 2022.
Poche settimane prima dell'annuncio della sua uscita, le tensioni interne a Delfin hanno raggiunto il culmine. Fonti finanziarie recenti confermano che Basilico aveva tentato un primo passo verso l'uscita dalla compagine societaria, chiedendo di trasferire una piccola quota (lo 0,4%) delle sue azioni a un trust o a una società.
La proposta, seguita pochi giorni dopo da un'istanza più ampia avanzata da altri soci (Luca e Paola Del Vecchio) per spostare la totalità delle proprie quote, si è scontrata con il muro dell'unanimità richiesto dallo statuto per la cessione delle azioni. Secondo le indiscrezioni, sia la richiesta di Basilico che quella successiva avrebbero incontrato il veto di tre eredi, in particolare Marisa, Claudio e Leonardo Maria Del Vecchio.
Questo blocco di fatto rende l'uscita di Basilico da EssilorLuxottica non solo una scelta personale, ma una presa di distanza dall'impossibilità di operare congiuntamente in Delfin. La vicenda, ormai di dominio pubblico, è destinata a spostarsi in tribunale. La legge lussemburghese, infatti, impedisce di impedire ad libitum a un socio di disinvestire, aprendo la strada a un possibile ricorso giudiziario che, in caso di esito positivo, farebbe scattare il diritto di prelazione degli altri soci o il riscatto delle quote da parte della holding, con il prezzo stabilito dal giudice.
L'ombra delle indagini sul "risiko" bancario
A rendere il quadro ancora più esplosivo è l'elemento che ha dominato le cronache finanziarie degli ultimi giorni di novembre: la notizia che la Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati, per aggiotaggio e ostacolo alle autorità di vigilanza (Consob e BCE), la stessa Delfin (ai sensi della Legge 231) e il suo CEO, Francesco Milleri (figura chiave del gruppo e fiduciario del fondatore), in relazione al "risiko" sulle banche, in particolare l'investimento in Mediobanca e la battaglia per Generali.
L'uscita di Basilico in questo frangente, tra una guerra interna sull'eredità che si sposta nelle aule di tribunale e un'indagine giudiziaria che coinvolge i massimi vertici della holding, assume una valenza che trascende il semplice desiderio di intraprendere "attività personali". È il segnale definitivo che il riassetto di Delfin è bloccato, che il consenso statutario è insostenibile, e che la partita sul controllo futuro del colosso da 140 miliardi di capitalizzazione si sta giocando in un clima di estrema incertezza legale e familiare.
La decisione di Basilico non è un epilogo, ma l'anticamera di una fase più violenta, dove i nodi irrisolti dell'eredità di Del Vecchio non potranno più essere mitigati da comunicati aziendali.