Sembra di stare, seduti in platea, ad assistere ad una pièce del teatro dell'assurdo o ad un film-mattone su quella che, decenni fa, veniva definita la condizione di incomunicabilità, con personaggi che rispondono a domande mai poste e, a quelle effettivamente rivolte loro, replicano parlando di tutt'altra cosa.
Ma questa è la storia dell'iter del Ponte sullo Stretto, nei confronti del quale è arrivata la spiegazione del perché la Corte dei conti non ha messo il suo placet sulla delibera - definita illegittima - del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile, che avrebbe dovuto essere l'ultimo tassello amministrativo prima del via all'opera fortemente voluta del ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, che ne ha fatto un personale obiettivo.
La situazione è paradossale, non dal punto di vista dell'esame dei giudici contabili e delle loro determinazioni, quanto perché questa vicenda sembra avere perso per strada la finalità di dare al Paese una infrastruttura del genere, per virare solo all'ennesima conferma che la politica cerca di imporsi rispetto ad altre istituzioni pubbliche.
Sembra quasi che il Ponte sia diventato un punto irrinunciabile dell'azione di governo, che non si ferma - così almeno traspare dall'analisi delle prime reazioni alla motivazione addotta dalla Corte dei Conti per negare il suo assenso - e anzi rilancia mettendo in campo la batteria dei suoi esperti per rintuzzare, punto su punto, le contestazioni.
Ed è anche chiaro, però, che, al di là delle difese d'ufficio dell'opera, il governo non può scegliere la strada della contrapposizione frontale con i giudici, visti come il braccio armato dell'opposizioni e accusandoli, quindi, di posizioni preconcette.
Potrebbe non essere così, però, perché le argomentazioni addotte dai giudici contabili vertono su mancato rispetto di due direttive comunitarie, intorno alle quali non si può traccheggiare, cercando delle scorciatoie all'italiana, attingendo all'inesauribile magazzino delle repliche vaghe e, dicono i magistrati contabili, non pertinenti al punto di apparire quasi abborracciate pur di opporre una resistenza.
Cominciamo dalla normativa europea che mira alla salvaguardia degli habitat naturali, di fronte ai quali l'opera (un ponte a campata unica) sarebbe di fatto una palese violazione, peraltro non offrendo soluzioni alternative.
Come confermato dall'assunto che ''date le motivazioni imperative di sicurezza e sviluppo economico, solo il Ponte sullo Stretto a campata unica riesce a soddisfare le necessità, minimizzando gli impatti ambientali''.
Una spiegazione che la Corte dei Conti boccia come apodittica e comunque non suffragata da elementi di oggettività.
Altro punto ''friabile'' della documentazione messa a corredo del progetto è quella relativa al rispetto del Codice degli appalti, dopo che il progetto ha subito cambiamenti, con riferimento ai non eludibili principi che la legge impone su trasparenza e concorrenza.
La Corte dei Conti, poi, riserva bordate alla cosiddetta gestione ordinario. Come il piano delle tariffe per l'utilizzo della struttura, definito semplicemente ''lacunoso e contraddittorio'', nell'ambito di una più ampia ''incerta definizione dei costi d’opera''.
E il Governo?
La replica arriva, innanzitutto, da Palazzo Chigi: "Le motivazioni della deliberazione della Corte dei Conti sul Ponte saranno oggetto di attento approfondimento da parte del governo, in particolare delle amministrazioni coinvolte, che da subito sono state impegnate a verificare gli aspetti ancora dubbi". Il Governo si dice "convinto che si tratti di profili con un ampio margine di chiarimento davanti alla stessa Corte, in un confronto che intende essere costruttivo e teso a garantire all'Italia un'infrastruttura strategica attesa da decenni".