Economia

Global Minimum Tax al via: l’Italia incassa 3 miliardi, ma pesa l’incognita dazi USA

di Redazione
 
Global Minimum Tax al via: l’Italia incassa 3 miliardi, ma pesa l’incognita dazi USA

Il 2026 segna l'anno zero della fiscalità transnazionale. Con la piena operatività della Global Minimum Tax (GMT), il cosiddetto Pillar 2 dell'accordo OCSE/G20, l'Italia entra ufficialmente in una nuova era in cui la sovranità tributaria nazionale cede il passo a un perimetro di regole globali. Per i giganti con ricavi superiori ai 750 milioni di euro, il tempo del tax shopping è finito: l’aliquota effettiva minima del 15% è ora il nuovo standard.

Per le casse dello Stato, in un momento in cui il debito pubblico ha sfiorato la soglia critica di 2.950 miliardi di euro (140% del PIL), la misura non è solo una questione di equità, ma di tenuta finanziaria. Secondo le stime del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), rilanciate da un’analisi di Unimpresa, il nuovo prelievo coinvolgerà circa 19.000 entità multinazionali attive in Italia, garantendo un gettito annuo compreso tra i 2 e i 3 miliardi di euro.

L'incognita Gilti e il rischio doppia imposizione

 Nonostante il debutto, il quadro resta offuscato da una criticità diplomatica non risolta: l'equivalenza con il regime statunitense Gilti. Senza un riconoscimento formale di reciprocità, i gruppi italiani con filiali negli USA rischiano di finire nella morsa della doppia imposizione. Un onere potenziale che Unimpresa stima tra i 400 e i 600 milioni di euro, con effetti a cascata che potrebbero colpire indirettamente anche le PMI della catena di fornitura.

Se la GMT è un binario condiviso, la Web Tax resta un terreno di scontro frontale. L’imposta del 3% sui servizi digitali, che ha fruttato 380 milioni nel 2024 e punta ai 400 milioni per il 2025, è il principale casus belli con l'amministrazione Trump. Il rischio è una sproporzione economica: a fronte di un gettito fiscale di poche centinaia di milioni, l'Italia espone circa 2,8 miliardi di euro di export a dazi ritorsivi del 25%. Una minaccia che mette in allarme il comparto manifatturiero e oltre 300.000 addetti dell'indotto.

"La sfida non è tanto fronteggiare nuove imposte dirette, quanto operare in un contesto in cui la competitività dipende dalla capacità dello Stato di trasformare i vincoli fiscali globali in politiche di sostegno efficaci", sottolinea Marco Salustri (nella foto), consigliere nazionale di Unimpresa.

Il nuovo Codice degli Incentivi: lo scudo per le PMI

Per bilanciare l'irrigidimento fiscale globale, la Legge di Bilancio 2026 ha messo in campo un massiccio piano di redistribuzione delle risorse, con una clausola di salvaguardia per le imprese di minori dimensioni. Il nuovo Codice degli Incentivi impone infatti che: almeno il 60% dei fondi sia riservato alle PMI ed infine che almeno il 25% sia destinato esclusivamente a micro e piccole imprese.

La partita che si gioca da oggi non è dunque solo fiscale, ma geopolitica. L'Italia scommette sulla trasformazione di un vincolo internazionale in una leva di ammodernamento strutturale, cercando di proteggere il proprio tessuto produttivo dalle turbolenze che soffiano oltreoceano.

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