Forse ancora qualcuno gli rimprovera d'essere stato l'unico a battere Berlusconi in una elezione, ma Romano Prodi sembra ormai nel mirino di chi vuole fargli pagare il suo passato, ben oltre gli errori recenti.
È bastato quel deprecabile, improvvido ed inaspettato gesto nei confronti di una giornalista di Rete4 (alla quale ha tirato una ciocca di capelli, reagendo così ad una domanda insistente, ma alla quale avrebbe potuto rispondere con un diniego) perché contro di lui si scatenasse una campagna di stampa che poco ha di giornalismo, almeno se si supera il limite della correttezza.
Ma un video vecchio di anni, decontestualizzato per attaccare Prodi, è ancora giornalismo?
Ed invece Prodi è ormai alla mercé di chi, dotato di un microfono e di una telecamera che ne colga ogni gesto, accennato o meno, gli pone domande anche in modo assillante, quasi sperando che ricada in un ennesimo errore di comportamento.
Ma, e lo diciamo con la consapevolezza che c'è una informazione di ''area'' che risponde a logiche che poco hanno a che fare con l'informazione nell'accezione più asettica del termine, capiamo le ragioni di tutti.
Ma ci sfugge il senso di pubblicare a distanza di anni un video, disancorandolo dal contesto, in cui Prodi, entrato in un bar con la moglie, viene insultato dal titolare dell'esercizio, per sua ammissione avversario polito del Professore.
E Prodi, come avrebbe fatto l'umanità intera, ad eccezione di Giobbe, reagisce etichettando l'autore dell'insulto come un escremento.
Ora di episodi come questi è punteggiata la quotidianità, ma che venga riesumato a distanza di anni per raccontare, ma contemporaneamente per puntare il dito, non ha una finalità giornalistica primaria, ma è un escamotage per dimostrare l'esistenza di uno schema comportamentale, descrivendo Prodi come quasi fosse un matto e non come una persona che, per trascorsi politici ed accademici ed anche avanti con gli anni, merita quanto meno il beneficio del dubbio.
Ed invece viene fatto passare per un energumeno, uno che è meglio evitare per strada o in un ascensore perché capace di picchiare chiunque gli venga a tiro e senza una ragione. Il fatto che si ripropongano quasi in modo ossessivo le immagini che lo ritraggono, lo ripetiamo, fa parte di quell'entità indistinta che diventa il giornalismo che si fa politica.
Ma usare un filmato vecchio in cui una persona risponde con un epiteto agli insulti è un modo non di fare giornalismo, ma di attaccare una persona che, non presente in studio, non è messo nelle condizioni di difendersi. Magari per dire: ho sbagliato. Invece la sentenza è già e bell'e pronta, da offrire, come un tacchino al Ringraziamento, agli avversari politici del Professore.
Che poi a confezionare il servizio sia stata una trasmissione del servizio pubblico ormai non deve sorprendere. E, aggiungiamo, purtroppo.