Dimenticate i selfie patinati, gli outfit da alieni post-apocalittici e la spiritualità di facciata. Il Burning Man 2025, quello che ricorderemo tutti come il "Muddy Man", è stato un trionfo della realtà più cruda, viscida e, ammettiamolo, irresistibile. Il diluvio universale si è abbattuto sul deserto del Nevada non per punire, ma per benedire la sete di follia di migliaia di intrepidi. E se la natura ci mette lo zampone, l'umanità risponde con un dito. Anzi, con molto di più.
Mentre i ricchi e famosi scappavano in elicottero con la coda tra le gambe, il popolo dei "burner" si è trovato di fronte a un dilemma esistenziale: scivolare nella disperazione o scivolare… e basta. Hanno scelto la seconda opzione, trasformando il fango in una sorta di lubrificante sociale. E così, tra camper impantanati e generatori che si arrendevano, un'oasi di carnalità è emersa dal pantano. Non parliamo di semplice sesso, ma di una vera e propria celebrazione della vita, sporca e meravigliosa, in barba a tutte le avversità.
Il fango ha fatto da filtro, lasciando in mezzo al deserto solo i veri fedeli, quelli che non hanno paura di sporcarsi le mani (e non solo). Il leggendario “Orgy Dome”, il tendone delle orge spazzato via da una tempesta di sabbia, è stato sostituito prontamente da un “Orgy Bus”, più resistente alle intemperie, che per l'occasione è diventato il rifugio degli eroi, l'umanità si è spogliata di ogni sovrastruttura. Lì, in un'orgia di corpi sudici e sorrisi sornioni, si è celebrato il trionfo della carne sul karma, del piacere sulla perfezione.
Il Burning Man 2025 ci ha insegnato una lezione fondamentale: se la vita ti rovescia addosso un secchio di fango, tu impara a farci sculture. O, se preferisci, impara a rotolarci dentro con qualcuno. Perché a volte, il vero spirito di comunità non si trova nelle preghiere, ma nell'intimità più sfrontata, quella che non teme né il giudizio né il meteo.