Cultura

Premio Pritzker 2025: Liu Jiakun e il nuovo paradigma dell’architettura silenziosa

Barbara Bizzarri
 
Premio Pritzker 2025: Liu Jiakun e il nuovo paradigma dell’architettura silenziosa

FOTO (Cropped): 来斤小仓鼠吧 - CC BY-SA 4.0

Nel panorama dell’architettura contemporanea, dominato da icone visionarie e dall’estetica del gesto autoreferenziale, il premio Pritzker 2025 si distingue per una scelta che segna un cambiamento di prospettiva: l’architetto cinese Liu Jiakun.

Premio Pritzker 2025: Liu Jiakun e il nuovo paradigma dell’architettura silenziosa

In un’epoca in cui l’architettura ha spesso ceduto alla spettacolarizzazione, il riconoscimento a Liu sancisce il valore di un approccio radicalmente diverso, lontano dall’ostentazione e più vicino alla natura, alla storia e alla funzione dell’architettura quando è immersa nell’ambiente naturale.

In videochiamata con la Cnn, l'architetto 68enne, che ha ammesso di essere "un po' sorpreso" dal riconoscimento, ha spiegato: "Cerco di fare del mio meglio per penetrare e comprendere il luogo. Poi, quando sarà il momento giusto, apparirà l'idea dell'edificio", aggiungendo: "Uno stile fisso è un'arma a doppio taglio. Può far sì che gli altri si ricordino rapidamente di te, ma lega anche e fa perdere una certa libertà".

Lontano dalle città simbolo della Cina globalizzata, la carriera di Liu si è sviluppata nella sua Chengdu e nella vicina Chongqing, territori in cui la sua architettura ha trovato spazio non per esprimere un linguaggio formale univoco, ma per adattarsi, trasformarsi e rispondere alle specificità di ogni luogo. Nel suo pensiero, la costruzione non è mai un’operazione invasiva ma una continuità sottile con la memoria e il contesto, in un equilibrio in cui il sito genera il progetto e non viceversa.

Non uno stile, dunque, ma una strategia, come ha sottolineato la giuria del Pritzker.
L’immagine dell’acqua, evocata dallo stesso Liu per descrivere il suo approccio, è perfettamente calzante: il suo lavoro si insinua negli spazi urbani senza imporsi e adeguandosi come l’acqua a ciò che la contiene coglie l’essenza delle strutture tradizionali senza cadere nel citazionismo.

Così, nel Museum of Imperial Kiln Brick di Suzhou, le gronde piatte richiamano i padiglioni classici, mentre nel campus progettato per Novartis a Shanghai, i balconi avvolgenti suggeriscono l’archetipo della pagoda senza ridursi a un banale esercizio stilistico. Ciò che conta non è la forma, ma la sostanza: l’interpretazione della tradizione come processo dinamico e mai nostalgico, dove ogni segno architettonico è la sintesi di necessità funzionali, riferimenti culturali e innovazione tecnologica.

La formazione di Liu, maturata in un’epoca di grandi trasformazioni per la Cina, riflette questa tensione tra passato e futuro. Nato nel 1956, ha attraversato l’infanzia e l’adolescenza tra le ombre della Rivoluzione Culturale, per poi laurearsi nel 1982, quando il Paese muoveva i primi passi verso l’apertura economica e la disciplina architettonica stava ridefinendo la propria identità, tra il recupero di influenze internazionali e la riscoperta di un patrimonio spesso dimenticato. In questo scenario, Liu ha scelto una terza via: né occidentalizzazione forzata, né retorica dell’identità nazionale, ma un metodo di lavoro in cui la comprensione della storia e del luogo si traduce in soluzioni contemporanee.

Il suo Luyeyuan Stone Sculpture Art Museum a Chengdu, immerso in una foresta di bambù, è la visione fatta pietra di questo approccio. L’uso del cemento grezzo e dello scisto grigio dialoga con la natura circostante e con le sculture in pietra custodite all’interno, dissolvendo la distinzione tra artificiale e organico. Un principio che ritorna nel Museo Shuijingfang, costruito con i “Rebirth Bricks”, materiali innovativi ottenuti dal riutilizzo delle macerie del devastante terremoto del Sichuan del 2008: un gesto progettuale che supera il simbolismo per diventare concreta espressione di resilienza e memoria collettiva.

Mentre l’architettura cinese degli ultimi decenni si è spesso orientata verso il gigantismo e la celebrazione della verticalità, Liu ha scelto la scala umana, relazionandosi con il suolo e con il tessuto sociale. Il West Village di Chengdu, esempio perfetto di questo pensiero, trasforma un isolato urbano in un sistema di percorsi sopraelevati che abbracciano spazi verdi e campi da gioco, creando un modello di città porosa, in cui la vegetazione non è un’aggiunta ornamentale ma parte integrante della struttura stessa. Un’idea di urbanistica che non si limita a mitigare l’impatto del costruito sulla natura, ma che riconosce il paesaggio come elemento generativo della progettazione.

Liu Jiakun non è un nome da copertina e non aspira a esserlo. Non ha creato forme iconiche né inseguito mode effimere, eppure il suo lavoro segna un punto di svolta nel dibattito architettonico globale. Il Pritzker 2025 non premia solo un’architettura, ma un’etica, una postura intellettuale che sfida la rigidità dell’ego e dell’identità formale. In un’epoca che celebra il rumore, la sua voce che sussurra in tono sottile, assumendo sfumature delicate, ci ricorda che l’essenza dell’architettura non risiede nella volontà di lasciare un segno, ma nella capacità di creare spazi che parlino con il tempo, la storia e il fluire della vita.

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