Economia

Debito pubblico, nel 2026 la prova dei mercati, da rifinanziare 385 miliardi

Redazione
 
Debito pubblico, nel 2026 la prova dei mercati, da rifinanziare 385 miliardi
Il 2026 si profila come un passaggio cruciale per la finanza pubblica italiana. In un solo anno il Tesoro dovrà rinnovare quasi 385 miliardi di euro di titoli di Stato in scadenza, tra Bot e Btp, affrontando una delle concentrazioni di debito più rilevanti dell’ultimo decennio. Un dato che si inserisce in un contesto internazionale ancora fragile, segnato dalle tensioni geopolitiche legate ai conflitti in Ucraina e in Medio Oriente e da prospettive di crescita economica non ancora consolidate, ma che oggi può contare su un fattore nuovo, la ritrovata fiducia dei mercati.

Debito pubblico, nel 2026 la prova dei mercati, da rifinanziare 385 miliardi

A delineare il profilo temporale del debito è un report del Centro studi di Unimpresa, basato su dati ufficiali del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Il quadro complessivo parla di scadenze per 2.545,6 miliardi di euro, concentrate in larga parte nel prossimo decennio: tra il 2026 e il 2035 maturano infatti 2.007,3 miliardi, pari al 78,9% del totale, mentre il periodo più lungo, dal 2036 al 2072, pesa per 538,2 miliardi, il 21,1%.

Il picco assoluto si registra proprio nel 2026, con 384,3 miliardi di euro in scadenza: 132,1 miliardi di Bot, 239,4 miliardi di Btp e 12,7 miliardi di Cct. Negli anni successivi il profilo resta impegnativo ma progressivamente più gestibile, 244,5 miliardi nel 2027, 227,8 miliardi nel 2028, 213,3 miliardi nel 2029 e 236,1 miliardi nel 2030, per poi avviarsi verso una graduale riduzione fino alla metà degli anni Trenta. Dal 2036 in avanti il debito assume una struttura più diluita e lineare, composta esclusivamente da Btp, con scadenze annue comprese tra 55 e 70 miliardi, destinate a scendere sotto i 10 miliardi negli ultimi anni dell’orizzonte considerato.

In questo scenario assume un peso determinante il miglioramento strutturale dello spread tra Btp e Bund, stabilmente attestato intorno ai 70 punti base. Un livello che segnala una maggiore fiducia degli investitori nella solidità dei conti pubblici e nella credibilità della politica economica del governo guidato da Giorgia Meloni. Il calo del differenziale e dei rendimenti sui titoli di Stato sta già alleggerendo il costo medio del debito e potrebbe generare, secondo le stime di Unimpresa, un “tesoretto” cumulato di 7-8 miliardi di euro nel solo 2026, grazie alla riduzione della spesa per interessi sulle nuove emissioni e sul rifinanziamento dei titoli in scadenza.

Per il presidente di Unimpresa Paolo Longobardi, questi dati certificano un cambio di passo, l’Italia ha ritrovato una traiettoria di credibilità nella gestione della finanza pubblica, grazie a un approccio prudente e responsabile capace di tenere insieme rigore, stabilità e attenzione alla crescita. La riduzione dello spread e la fiducia dei mercati, sottolinea, non sono frutto del caso ma di una gestione coerente, e rappresentano un patrimonio da preservare. I risparmi sugli interessi, secondo questa impostazione, dovrebbero essere destinati prioritariamente alla riduzione della pressione fiscale, per dare ossigeno a famiglie e imprese e sostenere in modo strutturale lo sviluppo economico.

La composizione del debito conferma una netta prevalenza dei Btp, che rappresentano oltre il 90% delle scadenze considerate, pari a 2.292,8 miliardi di euro. I Bot, per 132,1 miliardi, sono interamente concentrati nel 2026, mentre i Cct ammontano a 120,6 miliardi e sono destinati a esaurirsi progressivamente entro il 2035. Una struttura che rende particolarmente delicata la gestione del breve e medio periodo, imponendo scelte attente sulla durata media delle emissioni e sul dialogo costante con i mercati finanziari.

La gestione del debito resta così una sfida eminentemente politica oltre che tecnica. La forte concentrazione delle scadenze nei prossimi anni rende decisivi fattori come la credibilità fiscale, la stabilità dei conti pubblici e la capacità di sostenere la crescita, elementi essenziali per contenere il costo del rifinanziamento e preservare la fiducia degli investitori. In questo senso, il contesto macroeconomico appare oggi più favorevole rispetto al passato. La normalizzazione dell’inflazione, una politica monetaria più prevedibile e la riduzione delle fasi acute di tensione sui mercati hanno contribuito a contenere la volatilità dei titoli sovrani italiani.

Anche la situazione europea gioca a favore, grazie alla presenza di strumenti di tutela contro la frammentazione finanziaria e a una maggiore coordinazione delle politiche fiscali. Sul fronte interno, l’Italia beneficia di una durata media del debito elevata e di una base di investitori ampia e diversificata. La combinazione tra crescita moderata, conti pubblici sotto controllo e costo del debito in graduale riduzione consente di affrontare le prossime tornate di rifinanziamento con una serenità sconosciuta fino a pochi anni fa. Ma il 2026 resta il banco di prova decisivo, dalla sua gestione dipenderà non solo la tenuta dei conti, ma anche la credibilità finanziaria del Paese nel lungo periodo.
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