Esteri

A Davos va in scena la nuova giravolta di Trump

Diego Minuti
 
A Davos va in scena la nuova giravolta di Trump

Con una ennesima giravolta, Donald Trump ha concluso il suo blitz a Davos, seguendo il copione di sempre e che ormai, come un giocatore di poker che bluffa ad ogni mano, dovrebbe essere chiaro: minacciare, minacciare, minacciare (magari anche con parole che suonano come insulti, come quelli rivolti all'Europa), con l'obiettivo di fiaccare gli avversari.

A Davos va in scena la nuova giravolta di Trump

Insomma il presidente americano ha, anche questa volta, meritato l'etichetta di ''Taco'', l'acronomo di ''Trump always chickens out'', Trump fa sempre marcia indietro, con il quale, a maggio, lo ha bollato Robert Armstrong, editorialista del Financial Times, con una spettacolare sintesi delle politiche portate avanti dal presidente.

Ma ieri questa tattica è stata affinata perché il cambio di fronte è stato fatto in un arco brevissimo di tempo, passando dal dire di volere ad ogni costo la Groenlandia, a sostenere che non avrebbe comunque fatto ricorso alla forza, per poi annunciare di avere raggiunto un accordo con la Nato e che quindi: sì, abbiamo scherzato.

Lui, The Donald, ha onorato le aspettative, non tanto per i contenuti del suo intervento (che, in alcuni passaggi, ha rimandato l'immagine di un egotico, semmai ce ne è uno sulla faccia della terra), quanto per lunghezza ed enfasi, marcando un suo particolare territorio, nel quale tutto ciò che fa è grande e inimitabile e chi non la pensa come lui, beh, sa benissimo dove andare...

Tutto, nell'intervento di ieri a Davos, davanti al gotha dell'economia globale, è stato un continuo rincorrere le iperboli, con pennellate di ironia cattiva parlando degli altri, e magnificando i suoi risultati. Il tutto seguendo lo schema di esempre, con affermazioni apodittiche a dispetto delle evidenze. Come quando ha ripetuto, per l'ennesima volta, che le elezioni del 2020 gli sono state rubate, mentre una serie di giudici e tribunali americani, anche in aree della Giustizia statunitense tradizionalmente consevatrici, hanno smentito questa ricostruzione, che Trump ripete ogni qual volta ne ha l'occasione, e se non ce l'ha, se la inventa.

Da ieri, comunque, in qualche modo il mondo è cambiato, se per mondo si intende quella nettezza di schemi e schieramenti che sino ad oggi hanno caratterizzato i rapporti internazionali.
Perché Trump continua ad agitare la clava dei rapporti commerciali come strumento per convincere gli altri a seguirlo o almeno a non contrastarlo. Lo ha fatto anche ieri quando ha detto che gli Stati Uniti si ricorderanno di coloro che ostacolano le mire imperialistiche del loro presidente. Una affermazione che rimanda a faide e vendette, non certo, per il luogo in cui è stata fatta, al luogo dove tutti dovrebbero avere i medesimi obiettivi, ma qui siamo nel campo della pura utopia.

L'accordo per la Groenlandia, peraltro, secondo quello che il presidente degli Stati Uniti ha detto, con disarmante sincerità, ha certo una valenza strategia e di sicurezza, ma alla fine si riduce a mero mercantilismo, legando il benevolo arretramento dall'invadere in armi l'Isola alla garanzia che gli americani potranno andare all'assalto dei suoi giacimenti minerari, a cominciare da quelli di terre rare che, una volta messo nella cassaforte a stelle e strisce, allenterebbero il monopolio cinese.

E poi, su questo punto, c'è un piccolissimo particolare: andare ad estrarre questi preziosi minerali, in un territorio ostile, coperto di ghiaccio e che è privo di manodopera specializzata a lavorare in condizioni estreme, viene considerato dagli esperti alla stregua di una follia, sia dal punto di vista logistico che dei costi, rendendolo semplicemente anti-economico.

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