Con una improvvisa accelerazione della manovra di strangolamento politico ed economico che, da tempo, gli Stati Uniti stanno esercitando sul regime di Caracas, la scorsa notte il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dato luce verde ad un massiccio attacco contro il Venezuela, culminato, secondo l'annuncio della Casa Bianca, nella cattura di Nicolas Maduro e della moglie e con il loro trasferimento fuori del Paese. Forse negli stessi Stati Uniti, dove il presidente venezuelano è accusato di essere a capo di una organizzazione di narcotrafficanti, definita come terroristica.
A rivelarlo è stato lo stesso Trump (che parlerà nel pomeriggio italiano), mentre la prima reazione di Caracas è stata quella di annunciare la volontà di difendersi dall'attacco, che avrebbe come solo obiettivo, secondo il regime, quello di impadronirsi delle ingenti risorse petrolifere (le più grandi al mondo) del Paese. Intorno alle 2 della scorsa notte, nella capitale Caracas, si sono udite, in sequenza, sette esplosioni che, secondo testimoni, sarebbero conseguenza di attacchi a strutture militari.
Contemporaneamente, i cieli della capitale sono stati attraversati da uno squadrone di elicotteri, sembrati quelli utilizzati per il trasporto truppe più che per attacchi a fuoco e che forse sono stati utilizzati per avvicinare agli obiettivi i militari della Delta Force, l'unità d'élite dell'esercito degli Stati Uniti, quelli che, secondo fonti giornalistiche americane, hanno catturato Maduro.
Contemporaneamente, secondo fonti locali, attacchi hanno avuto obiettivi militari in altre città del Paese, negli Stati di Miranda, Aragua e La Guaira.
Un elenco di altri siti colpiti è stato diramato dal presidente colombiano Gustavo Petro, anch'egli, come era stato negli ultimi mesi Maduro, oggetto di pesanti attacchi verbali da parte di Trump: il Parlamento e il mausoleo di Hugo Chàvez, il predecessore dello stesso Maduro; la principale base delle forze armate del Paese, Fuerte Tiuna, e quella dell'aeronautica, La Carlota.
Che l'attacco abbia inteso colpire il cuore della difesa militare del Venezuela è confermato dagli altri obiettivi di un attacco che, per come è stato eseguito, ha necessitato di una meticolosa preparazione: la base dei caccia F-16 dell'aviazione a Barquisimeto e quella elicotteristica di Higuerote. Colpite anche infrastrutture civili, come il porto della capitale e l'aeroporto di El Hatillo e quello privato di Charallave, a sud di Caracas.
La reazione del governo venezuelano, al momento, si è limitata ad un comunicato della presidenza della Repubblica - emesso prima che Trump parlasse della cattura di Maduro - secondo il leader chavista aveva firmato e ordinato l'attuazione del decreto che dichiara lo ''stato di agitazione esterna'', per ''proteggere i diritti della popolazione, il pieno funzionamento delle istituzioni repubblicane e l'immediata transizione alla lotta armata'', disponendo la mobilitazione delle forze armati e delle strutture amministrative. Disposto anche l'immediato dispiegamento del Comando per la Difesa Integrale della Nazione, e dei suoi organi in tutti gli Stati e i comuni del Paese, al quale potrebbe essere dato il compito di organizzare una forma di resistenza di guerriglia, che affianchi la risposta delle forze armate.
Il presidente della Colombia Petro ha chiesto riunioni urgenti delle Nazioni Unite e dell'Osa, l'Organizzazione degli Stati Americani, dicendo che ''in questo momento stanno bombardando Caracas. Allertate il mondo intero: hanno attaccato il Venezuela. Stanno bombardando con missili. L'Osa e l'Onu devono incontrarsi immediatamente''.