Economia

Nel 2026 il Pil italiano supera i 2.300 miliardi: Emilia-Romagna nuova locomotiva, ma la crescita resta fragile

di Redazione
 
Nel 2026 il Pil italiano supera i 2.300 miliardi: Emilia-Romagna nuova locomotiva, ma la crescita resta fragile

Nel 2026 il prodotto interno lordo italiano in termini nominali è destinato a superare la soglia dei 2.300 miliardi di euro, con un incremento di circa 66 miliardi rispetto al 2025, pari a un +2,9 per cento. In termini reali, al netto dell’inflazione, la crescita prevista si ferma allo 0,7 per cento, un dato positivo ma ancora insufficiente a colmare il ritardo strutturale che l’Italia continua ad accumulare rispetto alla media europea. A fornire questi dati è l’Ufficio studi della CGIA, che descrive un Paese in moderata espansione ma privo di una spinta realmente strutturale.

Il quadro macroeconomico evidenzia una crescita sostenuta soprattutto dall’export, atteso in aumento dell’1 per cento, e dalla tenuta dei consumi delle famiglie (+0,6) e della pubblica amministrazione (+0,5). Più debole, invece, la dinamica degli investimenti, che rallentano allo 0,7 per cento dopo il +2,4 del 2025, anche in vista della progressiva uscita di scena delle risorse del Pnrr, la cui scadenza rappresenta un passaggio critico per l’economia nazionale.

Secondo l’analisi, l’Italia condivide con Francia e Germania una difficoltà crescente nel consolidare una crescita duratura. Al netto degli anni della pandemia, da oltre vent’anni il ritmo di espansione del Pil italiano rimane sistematicamente inferiore alla media europea, segnalando problemi strutturali sul fronte della produttività, dell’efficienza della pubblica amministrazione e del capitale umano. Una stagnazione di fondo che rende il Paese vulnerabile a shock esterni e limita la capacità di agganciare le fasi espansive globali.

Lo scenario potrebbe tuttavia mutare in presenza di un contesto geopolitico più stabile. Una possibile conclusione del conflitto tra Russia e Ucraina e una soluzione duratura della crisi in Medio Oriente aprirebbero una fase nuova per l’economia mondiale, con effetti positivi anche sull’Italia in termini di inflazione, fiducia degli investitori e rilancio degli investimenti produttivi. Ma, avverte la CGIA, senza riforme incisive su burocrazia e fisco, questa finestra rischia di restare un’occasione mancata.

Sul piano territoriale, il 2026 segna un cambio di leadership. Dopo aver trainato la crescita nel 2025, il Veneto cede il passo all’Emilia-Romagna, che si conferma come nuova locomotiva del Paese con una crescita prevista dello 0,86 per cento. Seguono Lazio (+0,78), Piemonte (+0,74), Friuli-Venezia Giulia e Lombardia (entrambe a +0,73). In coda alla classifica regionale restano Sicilia, Basilicata e Calabria, che evidenziano tassi di crescita sensibilmente inferiori alla media nazionale, confermando un divario territoriale che continua a penalizzare il Mezzogiorno.

Anche a livello provinciale emerge con forza la centralità dell’asse industriale del Nord. Varese guida la graduatoria con una crescita prevista dell’1 per cento, seguita da Bologna (+0,92) e Reggio Emilia (+0,91). Nelle prime quindici posizioni figurano numerose province lungo la via Emilia, a testimonianza di un tessuto manifatturiero ancora competitivo, trainato da export, diversificazione dei mercati e specializzazione produttiva. Al contrario, le uniche province con crescita negativa prevista rispetto al 2025 sono Enna e Ragusa, entrambe in Sicilia.

Nel complesso, i dati delineano un’Italia che cresce, ma con il freno a mano tirato. Il superamento dei 2.300 miliardi di Pil è un segnale positivo, ma non basta a mascherare le fragilità strutturali del sistema economico. Senza una strategia capace di trasformare la ripresa congiunturale in crescita duratura, il rischio è che anche il 2026 si aggiunga alla lunga sequenza di anni in cui il Paese avanza, ma sempre a passo corto.

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