Mentre UniCredit e Delfin smentiscono il risiko azionario, si apre lo scontro sul futuro di Mediobanca e delle polizze di Trieste. Il nodo del rinnovo del board e l'incognita del Governo nel passaggio cruciale verso il piano industriale di marzo.
Il risiko bancario italiano si sposta dalle smentite di facciata ai nodi strutturali del potere finanziario nazionale. Al centro della tempesta c’è il Monte dei Paschi di Siena (Mps), trasformato da "grande malato" a pivot del sistema dopo l'integrazione con Mediobanca. Se da un lato si spengono le fiammate speculative su un asse UniCredit-Delfin, dall’altro si accendono i riflettori su un braccio di ferro interno che minaccia di riscrivere la governance dell'istituto senese alla vigilia del rinnovo del CdA.
Il muro delle smentite: il caso Delfin-UniCredit
Il mercato ha aperto la settimana metabolizzando le secche smentite di Piazza Gae Aulenti e della holding della famiglia Del Vecchio. Andrea Orcel, CEO di UniCredit, ha definito "pura invenzione" l’interesse per il 17,5% di Mps in mano a Delfin. Quasi in contemporanea, la holding lussemburghese ha ribadito la sua natura di investitore di lungo periodo, confermando "pieno sostegno" all'attuale gestione.
Tuttavia, il clima di stabilità apparente è scosso dalle indiscrezioni d'oltremanica. Il Financial Times ha scoperchiato un vaso di Pandora che riguarda i rapporti, definiti tesi, tra l'Ad di Mps Luigi Lovaglio e il socio forte Francesco Gaetano Caltagirone.
La partita Mediobanca e Generali
Il cuore del conflitto risiede nella strategia post-OPS su Mediobanca. Entro marzo, Siena dovrà presentare alla Bce un piano industriale che delinei il futuro della "nuova Mps". Lovaglio, architetto del rilancio e della scalata a Piazzetta Cuccia, punterebbe a mantenere un’identità forte per entrambi i brand, ma con una prospettiva che inquieta i soci romani: il possibile delisting di Mediobanca.
Uno scenario di fusione porterebbe la quota del 13% in Generali sotto il controllo diretto del Monte. In questa configurazione, Lovaglio avrebbe il potere di decidere il destino del Leone di Trieste, inclusa una potenziale cessione per fare cassa o rafforzare il patrimonio. Una mossa che neutralizzerebbe le ambizioni di Caltagirone, che da anni punta a un ruolo di primo piano (e a una governance diversa) nella compagnia triestina.
La tensione è pronta a esplodere nel Consiglio di Amministrazione previsto per giovedì 22 gennaio. Sebbene il gruppo Caltagirone abbia ufficialmente derubricato le frizioni a "dinamiche fisiologiche" del CdA, le indiscrezioni sul Comitato Nomine pesano come macigni.
Secondo i rumors, il comitato, di cui fa parte il figlio di Caltagirone, avrebbe raccomandato l’esclusione di Lovaglio dalla lista per il prossimo triennio, ufficialmente per il coinvolgimento in un’inchiesta milanese. Una posizione paradossale per un manager che ha riportato all'utile una banca considerata "decotta" e ha guidato un aumento di capitale iper-diluitivo da 2,5 miliardi di euro con successo.
Dopo aver accettato per anni gestioni locali rivelatesi fallimentari, la "senesità" o l'autonomia di Lovaglio sembrano diventare un limite proprio nel momento del massimo splendore operativo della banca.
In questo scenario, il socio pubblico (il Ministero dell'Economia e delle Finanze) osserva con attenzione. Se da una parte il vicepremier Matteo Salvini ha blindato Lovaglio parlando di "gestione eccellente", dall'altra il silenzio del Ministro Giorgetti, che pure era a conoscenza dell'operazione Mediobanca fin dal 2022, alimenta dubbi.
Se la frattura tra l'Ad e i soci privati diventasse insanabile, si aprirebbe la caccia al successore. Il nome che circola con insistenza è quello di Marco Morelli, ex CEO dell'istituto e profondo conoscitore delle dinamiche senesi, attualmente ai vertici di AXA Investment Managers.