Economia
Lo spread ai minimi dal 2010, per l’Italia un tesoretto da 13 miliardi
di Redazione

Con lo spread tra BTP e Bund stabilmente sotto quota 100 punti base - ai livelli più bassi dal 2010 - l’Italia potrebbe beneficiare, nel biennio 2025-2026, di un “tesoretto” potenziale fino a 13 miliardi di euro grazie alla riduzione della spesa per interessi sul debito pubblico. Lo evidenzia uno studio del Centro Studi di Unimpresa, che ha elaborato una simulazione basata sul livello attuale dei rendimenti e su un volume di emissioni annue del Tesoro attorno ai 500 miliardi di euro.
Secondo le proiezioni, già nel 2025 la minore incidenza del costo del debito potrebbe generare un risparmio compreso tra 4,5 e 5 miliardi di euro. Un beneficio destinato a crescere nel 2026, quando una parte consistente dello stock in scadenza - collocato negli anni ad alto tasso - sarà rifinanziata a condizioni più favorevoli, portando il risparmio annuo fino a 7-8 miliardi.
“Si tratta di risorse che potrebbero essere impiegate per sostenere la crescita, alleggerire la pressione fiscale o accelerare il rientro del debito. Tuttavia, il calo dello spread non deve indurre a facili ottimismi: il rischio-Paese rimane elevato e serve mantenere la disciplina di bilancio”, avverte il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.
Il calo dello spread - oggi stabilmente tra gli 85 e i 90 punti base, con rendimenti decennali italiani al 3,6-3,7% e tedeschi al 2,6-2,7% - comporta un effetto immediato sul costo del nuovo debito. Ogni punto base in meno si traduce, secondo Unimpresa, in circa 23-24 milioni di euro annui di risparmio. Una compressione del differenziale rispetto ai massimi del 2022 (oltre i 240 punti) può quindi generare un risparmio strutturale consistente.
Ad oggi, il costo medio del debito italiano si aggira attorno al 3,3%. Un’ulteriore discesa verso il 3%, favorita da condizioni di mercato più stabili, rappresenterebbe un elemento di sollievo per la finanza pubblica e permetterebbe di recuperare margini fiscali in un contesto di vincoli europei più stringenti.
Va ricordato che i calcoli si basano su scenari di mercato ancora soggetti a elevata volatilità. L’evoluzione futura dipenderà da variabili come l’inflazione, le mosse della BCE, la solidità dei conti pubblici e la stabilità politica interna.
“Il calo dello spread è in parte riconducibile a fattori esterni - in particolare, all’aumento dell’offerta di Bund e al supporto implicito della BCE - più che a un miglioramento strutturale del profilo economico italiano. Ciò impone cautela”, sottolinea Longobardi.
La dinamica dello spread riflette bene l’evoluzione del contesto macroeconomico e politico. A maggio 2022, in piena crisi geopolitica e con la BCE pronta ad avviare la stretta monetaria, il differenziale toccava i 200 punti base, salendo a 245 punti in ottobre, complice anche la crisi di governo che portò alla fine dell’esecutivo Draghi.
Nel 2023, con l’insediamento del governo Meloni, lo spread ha oscillato tra 180 e 200 punti base, raggiungendo un nuovo picco a ottobre (203 punti) in concomitanza con i massimi dei rendimenti decennali italiani (5%).
Il miglioramento è arrivato solo nel corso del 2024, grazie al rallentamento dell’inflazione, a un contesto europeo meno instabile e a un’offerta maggiore di Bund tedeschi. A ottobre dello scorso anno il differenziale è sceso sotto i 120 punti, toccando poi 98 punti a marzo 2025, 90 a giugno e 85 ad agosto.
Il quadro attuale presenta un’opportunità concreta per alleggerire il carico degli interessi e migliorare la sostenibilità del debito. Tuttavia, il margine ottenuto dalla compressione dello spread non è strutturale né permanente. Senza una crescita potenziale più robusta e un contenimento del deficit, il differenziale potrebbe rapidamente tornare su livelli più elevati.
“La finestra che si apre nel biennio 2025-2026 può offrire un dividendo finanziario utile a consolidare i conti pubblici. Ma deve essere capitalizzata con responsabilità e visione strategica. Il contesto resta fragile”, conclude Longobardi.