La domanda che campeggia all'ingresso del Centro Congressi è "quale 2050 vogliamo? Ma mentre questa sera si aprono le danze del World Economic Forum (WEF) edizione 2026, la risposta sembra essere stata già scritta altrove, e non guarda così lontano. Il presente è nuvoloso, gravido di tensioni che dai ghiacci dell'Artico scendono fino alle sale contrattazioni delle Borse europee.
Donald Trump è atteso nei Grigioni come il Deus ex machina di un'edizione che ruoterà quasi esclusivamente attorno a lui. Il Presidente americano non arriva per dialogare, ma per vendere il suo show: dettare l'agenda, sfidare gli alleati e ridefinire i confini, non solo geografici. Se i temi ufficiali spaziano dall'Ucraina (con Zelensky presente) al nuovo "Board of Peace" per Gaza, che vede l'invito esteso a Netanyahu, il vero elefante nella stanza è la Groenlandia.
Quella che il Cremlino definisce sarcasticamente "il 51esimo Stato americano" è diventata la linea del Piave dell'alleanza atlantica. Nel weekend, Trump ha rotto gli indugi: dal 1 febbraio scatteranno dazi maggiorati del 10% sull'export di quelle nazioni che hanno inviato truppe o funzionari a Nuuk.
Nel mirino ci sono i pesi massimi dell'UE: Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, oltre ai nordici e alla Gran Bretagna (con l'eccezione della Danimarca, già sotto pressione diretta). La giustificazione corre su Truth: "Sicurezza globale" e freno alle ambizioni artiche di Cina e Russia. Ma la chiosa del tycoon non lascia spazio a dubbi sulla natura della transazione: "La tariffa sarà pagabile fino a quando non sarà raggiunto un accordo per l'acquisto completo della Groenlandia".
La reazione del Vecchio Continente, solitamente prudente, questa volta ha i toni dell'urgenza esistenziale. Emmanuel Macron ha guidato la cordata degli otto Paesi coinvolti, chiedendo l'attivazione immediata dello strumento anti-coercizione dell'Unione Europea.
Sarebbe un precedente storico con l'UE che potrebbe imporre limitazioni mirate ai giganti tecnologici americani e ai fornitori di servizi USA.
Tempesta sulle borse: crollano lusso e tech, vola l'oro
I mercati non hanno atteso l'apertura di Davos per emettere la loro sentenza. L'annuncio dei dazi ha provocato un'ondata di vendite sui listini europei, colpendo chirurgicamente i settori più esposti all'export verso gli USA.
A pagare il conto più salato sono il lusso (-3,4% l'indice settoriale), l'auto (-2,8%) e la tecnologia (-2,8%). A Piazza Affari, Stmicroelectronics lascia sul terreno il 4,9%, seguita da Amplifon e Ferrari. In controtendenza solo la difesa: Leonardo guadagna il 2,2%, scommettendo paradossalmente su un mondo più insicuro.
Mentre il petrolio scende (WTI a 59 dollari), la vera corsa è verso i beni rifugio. L'oro sfonda ogni record attestandosi a 4.664 dollari l'oncia. È il segnale inequivocabile che gli investitori si stanno preparando a un inverno geopolitico molto rigido.