Economia

Fisco e privacy, la CEDU "boccia" l’Italia sull'anagrafe dei conti correnti

di Luca Andrea
 
Fisco e privacy, la CEDU 'boccia' l’Italia sull'anagrafe dei conti correnti
L’architettura dei controlli fiscali in Italia finisce sotto la scure di Strasburgo. Con una sentenza destinata a scuotere le fondamenta del rapporto tra contribuenti e Amministrazione finanziaria, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha condannato l’Italia per la gestione dell'accesso ai dati bancari. Il sistema attuale concede al Fisco un potere troppo vasto e privo di contrappesi, violando il diritto alla vita privata (Articolo 8 della Convenzione).

Il caso: trasparenza bancaria senza difese

La vicenda trae origine dal ricorso di due cittadini italiani che, tra il 2019 e il 2020, hanno scoperto "a fatto compiuto" che l’Agenzia delle Entrate aveva setacciato i propri conti correnti, estratti conto e cronologie di transazioni per periodi fino a due anni.

Il punto critico sollevato dalla Corte non riguarda la legittimità del controllo in sé, necessario per il contrasto all'evasione, ma l’assenza di garanzie procedurali. Attualmente, il contribuente italiano si trova in una sorta di "limbo giuridico": può contestare l'accesso ai propri dati solo dopo che l'Agenzia ha emesso un avviso di accertamento. Se l'indagine si chiude senza rilievi, o se il contribuente vuole opporsi preventivamente a un'intrusione che ritiene illegittima, le strade del ricorso (civile, tributario o presso il Garante) risultano, secondo la CEDU, inefficaci o inaccessibili.

Secondo i giudici di Strasburgo, la normativa italiana soffre di tre lacune strutturali che richiedono una riforma legislativa urgente.

Sebbene esistano protocolli interni, l'Agenzia delle Entrate gode di un raggio d'azione troppo ampio sulla "portata" delle indagini finanziarie. Non esiste un obbligo stringente e preventivo che giustifichi, caso per caso, perché l'intrusione nella sfera privata del correntista sia strettamente necessaria e proporzionata.

La possibilità di adire un giudice non può essere subordinata alla conclusione del procedimento fiscale. Il diritto alla protezione dei dati deve essere azionabile non appena il contribuente viene a conoscenza dell'indagine.

La sentenza obbliga ora Roma a rivedere non solo le leggi, ma la prassi stessa dell'Agenzia. La CEDU chiede che l'accesso ai dati sia vincolato a condizioni tassative e che il cittadino disponga di uno strumento giuridico immediato per contestare eventuali abusi, senza dover attendere i tempi (spesso biblici) di un contenzioso tributario basato sull'imposta evasa.

"Le leggi devono assicurare che il contribuente possa fare ricorso indipendentemente dall'emissione di un avviso di accertamento", recita il dispositivo della Corte.

Per i consulenti fiscali e i legali, questa sentenza apre una nuova stagione di tutele. Se il legislatore italiano recepirà tempestivamente le indicazioni di Strasburgo, potremmo assistere all'introduzione di un "giudice della sorveglianza fiscale" o a un potenziamento dei poteri del Garante del Contribuente, trasformandolo da organo consultivo a organo con poteri interdittivi reali.

In un contesto di digitalizzazione spinta e di algoritmi di "data scraping" sui conti correnti, il richiamo della CEDU funge da monito: la lotta all'evasione non può giustificare un "Grande Fratello" fiscale privo di regole di ingaggio trasparenti.
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