Esteri

C'era una volta il Washington Post...

Redazione
 

''WOODSTEIN'': gridava Ben Bradlee, mitico direttore del Washington Post, quando i suoi due reporter, Bob Woodward e Carl Berstein, impegnati nella ricerca di fonti e conferme sull'effrazione al Watergate, lo facevano dannare.

C'era una volta il Washington Post...

E ancora prima, Bradlee, da capo redattore del quotidiano della Capitale, scansava leggi e minacce, insieme all'editrice Katharine Graham, solo per rivendicare il diritto a dire la verità, baluardo della democrazia.
Bei tempi perché oggi il Washington Post è altro, è un bastione a difesa dell'establishment in versione trumpiana.

A tal punto che la notizia che il suo proprietario, Jeff Bezos , quello di Amazon, ribaltando il canone che aveva fatto del quotidiano un'icona del liberalismo politico, ha annunciato che le pagine del quotidiano che ospitano opinioni e commenti da oggi e per il futuro si concentreranno sulla difesa delle "libertà personali" e dell'economia del "libero mercato", quale che possa essere il significato di questi indirizzi.

Ora, se una cosa del genere l'avesse decisa il proprietario di qualsiasi altro giornale, la si sarebbe potuta definire come il diritto a dare un indirizzo politico o di contenuti di un media.
Ma se al Washington Post, quello che svelò lo scandalo del Watergate, mandando a casa Richard Nixon, quello che rivelò lo stallo della guerra in Vietnam, in barba alle assicurazioni del presidente Johnson, dici che d'ora in avanti non potrà più ospitare commenti ed opinioni vai contro la Storia (con la maiuscola) del giornalismo e del rispetto dei lettori, che vengono prima di chi governa.

La decisione del fondatore di Amazon, del tutto insolita per un quotidiano del calibro del Washington Post , rientra in una sempre più evidente ingerenza da parte sua nelle decisioni del quotidiano di riferimento della capitale americana, da lui acquistato nel 2013.
Jeff Bezos, quindi, non è entrato a gamba tesa solo sul suo giornale (padronissimo di farlo), ma su un modo di fare giornalismo che, lo si accetti o meno, nel rispetto della verità e non delle tesi, ha fatto per decenni e decenni da contraltare, spesso critico, al potere.

Già prima delle elezioni presidenziali di novembre, Jeff Bezos aveva impedito al Washington Post di sostenere la candidata democratica Kamala Harris, quando le raccomandazioni di voto da parte dei comitati editoriali sono una tradizione negli Stati Uniti.
E non è certo sfuggito che Bezos, dopo esserne stato un oppositore, ha fatto una conversione a ''u'' riavvicinandosi al presidente, tanto da essere stato nella cerchia ristretta dei miliardari plaudenti alle cerimonia del giuramento, il 20 gennaio.

"Scriveremo ogni giorno a sostegno e in difesa di due pilastri: le libertà personali e il libero mercato", e quindi contro le regolamentazioni economiche, ha scritto mercoledì Jeff Bezos in una nota ai redattori del quotidiano. "Naturalmente tratteremo altri argomenti, ma i punti di vista contrari a questi pilastri saranno pubblicati da altri" rispetto al Washington Post , ha aggiunto.

Che la brusca (forse anche brutale) correzione di rotta di Bezos avesse delle conseguenze nella redazione era abbastanza scontato. Quindi non sono arrivate inattese le dimissioni del caporedattore del quotidiano, David Shipley, accolte da Bezos con l'annuncio che se ne stava già cercando il sostituto.

Da parte sua Jeff Stein, giornalista economica di punta del Washington Post, ha denunciato "una massiccia invasione da parte di Jeff Bezos nella sezione opinioni" del quotidiano.
Pur affermando di ''"non aver ancora avvertito alcuna interferenza" nel suo lavoro di giornalista per le pagine di cronaca economica, che sono separate dalla sezione di opinione, Stein ha detto che "se Bezos provasse a interferire con le notizie, mi dimetterò immediatamente e ve lo farò sapere".

A giugno la fumettista Ann Telnaes ha annunciato le sue dimissioni dal Washington Post , a causa del rifiuto da parte della direzione di una vignetta in cui criticava Jeff Bezos per aver cercato, secondo lei, "di ingraziarsi Donald Trump".

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