Qual era il vero David Bowie? Chi si nascondeva realmente sotto quella maschera che cambiava continuamente, che creava e distruggeva, che si proponeva per poi chiedere d'essere dimenticato? Chi si celava dietro le tante maschere che indossò nell'arco della sua carriera, il Duca bianco o il Pierrot triste?
Ziggy o, sullo schermo cinematografico, il magnetico maggiore Celliers di ''Furyo''?
Il maggiore Tom e il suo barattolo di latta perduto nello spazio o il dissacratore di stili e mode?
Non sono domande da poco e, paradossalmente, hanno tutte la medesima risposta: David Bowie era sé stesso perché incarnava le pulsioni di una società che cambiava velocemente ed alla quale lui, da artista multiforme, dava l'interpretazione (sia nel senso di spiegazione, ma anche di incarnarla plasticamente, fisicamente) che più gli era vicina, in quel preciso momento storico, pronto a cambiare subito dopo.
Il 10 gennaio del 2016 David Bowie moriva, divorato da un cancro al fegato, che aveva cercato di sconfiggere, come aveva fatto con le mode e le convenzioni.
Moriva lasciando il mondo dell'arte (sbagliato confinarlo tra le righe e gli spazi di un pentagramma) orbo di una personalità che aveva attraversato i decenni, lasciando ovunque traccia del suo passaggio.
Anche oggi, a distanza di moltissimo tempo da quando, erano gli inizi degli anni '60, fece irruzione nella cultura del Regno Unito, evolvendo, come artista e performer, c'è chi cerca di imitarlo, magari presentandosi sul palco di una rassegna musicale nazionale come San Remo, ma rendendogli un omaggio che, per rispetto alla sua immortalità artistica, non finirà perché non può finire, vista la costante attualità del suo messaggio.
Gran parte della fama, almeno nella prima parte della sua carriera, Bowie la costruì giocando sull'ambiguità di genere, presentandosi agghindato come una bambolina dal viso di porcellana, per poi tirare fuori veri e propri capolavori della musica, destinati ad entrare nel novero dei capolavori, a buon diritto o solo perché era lui a proporli.
Ma guai a pensare a lui come ad un artista figlio del suo tempo perché lui, nell'interpretare ciascun album come fosse un'opera, resecava ogni legame con il passato, ponendo il primo gradino della scala ideale che lo avrebbe portato al dopo.
Tutto apparentemente spontaneo, ma che non era frutto di un genio improvvisatore, ma di una maniacale attenzione dei particolari, come la scelta dei musicisti che lo accompagnavano nelle registrazioni, così come nelle performance dal vivo, e che lui doveva sentire in sintonia con la sua musica, ma anche con la sua anima.
Una cura estrema anche nella selezione delle copertine, tutte capaci di raccontare, da sole, quel che avrebbe poi svelato l'ascolto. Come, ma è solo un esempio, quella di ''Ziggy Stardust'' (tutti bravi meravigliosi, splendidamente capaci di essere sempre, anche oggi, un pugno nello stomaco) in cui lo scatto del fotografo Brian Ward lo immortala, bello, biondo e sfrontato, imbracciando la chitarra come fosse il fucile di un cecchino, in una viuzza della Londra del tempo, quasi un vicolo, da cui partire alla conquista del mondo.
Come, altro semplice esempio, quella di ''Aladdin sane'', dove l'originario scatto di Brian Duffy acquista una vita propria e diversa per quel doppio taglio di colore obliquo, che taglia in due il volto di Bowie, incorniciato da una montagna di capelli rossi, quasi a simboleggiare una delle fasi di passaggio della vita artistica del cantante, cominciata quando era appena un adolescente, già capace di maneggiare, in modo sofisticato, le tecniche della comunicazione: verbale, gestuale, di contenuti. Quindi c'è poco da restare sorpresi quando si ricorda che la prima uscita ufficiale degna di tale nome risale al 12 novembre del 1964, una vita fa, quando la BBC si sentì obbligata a capire chi lui fosse.
Lui che s'era ritagliato il suo angolino di fama come fondatore dell'improbabile Society for the Prevention of Cruelty to Long-Haired Men e in quella veste (la provocazione allo stato puro, in una società che cominciava a pensare a Londra come ''swinging'', un manifesto più che una definizione) chiese che finisse la crudeltà contro gli uomini pelosi.
"Penso che siamo tutti abbastanza tolleranti, ma negli ultimi due anni ci hanno lanciato commenti come 'Tesoro!' e 'Posso portarti la borsa?', e credo che ora debbano finire", disse al giornalista che lo intervistava.
Da quella folgorante apparizione, altre ne seguirono, in un caleidoscopio in continuo movimento, in perenne elaborazione.
Tanto che, anche nella definizione dell'immagine con cui proporsi, andava contro le consuetudini, con capelli lunghi, ma non tanto, solo per segnare una differenza in quella che fu, negli anni Sessanta, una guerra di acconciature.
E non è una battura, perché erano gli anni in cui - nel 1969 - il rifiuto del saldatore ventenne, Graham Wadsworth, di tagliarsi i capelli arruffati indignò a tal punto i colleghi di un'azienda di ingegneria britannica che tutti quanti entrarono in sciopero. Una controversia (in cui l'azienda si schierò con i fautori del taglio corto, mentre lui, Bowie, si disse pronto a lanciare una petizione a favore del ribelle ricciuto) risolta solo quando il giovane accettò di non mangiare con i colleghi nella mensa aziendale, pur di mantenere i capelli della lunghezza che preferiva.
A quell'epoca era ancora David Jones e così era conosciuto, ma decise di cambiare nome (per evitare una per lui fastidiosa quasi omonimia con Davy Jones, del gruppo dei Monkees), per scegliere quello di Jim Bowie , il ribelle texano raffigurato nel film del 1960, ''La battaglia di Alamo'' e interpretato da Richard Widmark.
Poi, con ''Space Oddity'' arrivò il successo e tutto cambiò.
"Credo che gran parte di ciò che qualsiasi adolescente o giovane scrive derivi da un senso di unicità, [...] che nessuno sulla Terra potrebbe mai sentirsi solo e privato emotivamente come me. Ho pensato: 'Beh, cavolo, sono il Maggiore Tom'. Eccomi qui nel mio spazio cosmico, e nessuno può capire cosa significhi essere qui fuori con questo cordone ombelicale attaccato alla mia astronave – la mia astronave è l'arte. E naturalmente, ha portato anche a delle tute argentate davvero belle".
Tra gli anni '80 e la decade successiva, Bowie sposò la sperimentazione, mentre si ingrossava la schiera dei suoi epigoni, con fortune alterne, tra successi effimeri e fallimenti epocali.
Per capire come fosse avanti rispetto alla sua epoca, basta rileggere il testo di una intervista in cui, nel 1999, diceva che se fosse stato giovane e con l'ambizione di diventare famoso, avrebbe guardato ad Internet.
"Non credo che abbiamo nemmeno visto la punta dell'iceberg. Credo che il potenziale di ciò che Internet farà alla società, nel bene e nel male, sia inimmaginabile. Credo che siamo effettivamente sull'orlo di qualcosa di esaltante e terrificante. Lo stato dei contenuti sarà così diverso da qualsiasi cosa possiamo realmente immaginare al momento".
Come persona famosa, che conosceva benissimo i rischi ai quali ci si espone in ogni singolo istante della propria vita, David Bowie ebbe il ''pregio'' di non preoccuparsi più di tanto, non negando, ma nemmeno smentendo, quel che si diceva su di lui, sui suoi vizi, sulle sue dipendente, sul suo orientamento sessuale.
Cosa che oggi sono pane quotidiano per il gossip, ma che, qualche decennio fa, potevano distruggere carriere e vite.
Ma non quella di Bowie/major Tom, che resterà sempre tra le stelle, a guardare il mondo dal suo barattolo di latta.