Economia
Ance promuove il modello Pnrr, imprese più solide e investimenti a +5,6% nel 2026. Ora la sfida è il Piano Casa da 7 miliardi
di Redazione

Non è stato soltanto un volano anticiclico, ma un vero e proprio acceleratore di maturità industriale. Il Pnrr, al di là dei cantieri aperti, lascia in dote al sistema italiano un "modello di efficienza" che ha permesso alle imprese delle costruzioni di crescere non solo nei volumi, ma nella qualità gestionale e nella solidità patrimoniale.
È questa la fotografia scattata dall’Osservatorio Congiunturale sull’industria delle costruzioni dell’Ance, che delinea un settore capace di trasformare la liquidità europea in un asset strutturale per il Paese, ma che ora si trova di fronte a una doppia sfida: consolidare la crescita oltre la scadenza del 2026 e rispondere all'emergenza abitativa, divenuta insostenibile per ampie fasce della popolazione.
I numeri presentati dal direttore del Centro Studi, Flavio Monosilio, confermano il cambio di passo: dopo una fisiologica e lieve flessione prevista per il 2025 (-1,1%), il 2026 segnerà il ritorno del segno più con un incremento degli investimenti stimato al 5,6%. Un risultato reso possibile da una capacità di spesa che ha smentito i profeti di sventura: l’Italia ha già ricevuto 153,2 miliardi di euro (il 79% del totale) e ne ha spesi 101,3 miliardi, di cui oltre la metà assorbiti proprio dal comparto edile. La velocità di crociera è aumentata nell’ultimo anno, toccando i 3,4 miliardi di spesa mensile, con due terzi dei 16mila cantieri aperti che si avviano ormai alla conclusione o sono in fase avanzata.
L’impatto sull’economia reale è tangibile e va oltre il semplice dato del Pil. Tra il 2020 e il 2025 il settore ha generato 350mila nuovi posti di lavoro, contribuendo per il 20% all’aumento occupazionale dell’intera economia nazionale, il doppio rispetto alla manifattura.
Ma il dato forse più rilevante per gli analisti finanziari è quello qualitativo evidenziato da Piero Petrucco, vicepresidente Ance: il Piano ha innescato una selezione darwiniana virtuosa, permettendo a circa 5.600 aziende impegnate nei progetti Pnrr di rafforzarsi dimensionalmente, aumentare la produttività e ridurre l’indebitamento, dimostrando una nuova "maturità finanziaria".
La presidente dell’Associazione, Federica Brancaccio, avverte che questo patrimonio non va disperso. Con uno scenario globale incerto, la priorità diventa la messa a terra dei 15 miliardi di risorse Pnrr spendibili oltre il giugno 2026 e la gestione dei circa 120 miliardi di fondi nazionali ed europei disponibili fino al 2033. La sfida si sposta ora dal cantiere alla società, intercettando l'emergenza casa. I dati sono allarmanti: per una famiglia con reddito fino a 22mila euro, vivere nelle grandi città è un’impresa. A Milano un mutuo erode il 59% del reddito, a Bologna il 48%, a Venezia il 44%; cifre che si specchiano nel mercato degli affitti, dove i canoni assorbono oltre il 40% delle entrate nelle principali aree metropolitane.
Di fronte a quella che l'Unione Europea inizia a trattare non più come merce ma come infrastruttura sociale, come sottolineato dal professor Ezio Micelli, la risposta deve essere sistemica. Il Governo sembra aver recepito l'urgenza: nel perimetro dei 15 miliardi potenzialmente attivabili, l’Esecutivo ha individuato una dote di circa 7 miliardi di euro, in netto rialzo rispetto ai 2 miliardi iniziali, per finanziare un Piano Casa che punta a realizzare 100mila alloggi a prezzi calmierati in un decennio.
È qui che il modello Pnrr invocato dai costruttori deve trovare nuova applicazione: una governance forte, procedure rapide e una sinergia tra pubblico e privato che, come ricordato da Davide Ciferri del Mit, ha già permesso di premiare le eccellenze imprenditoriali. La partita si gioca ora sulla capacità di trasformare l’emergenza in strategia industriale, rendendo strutturale quell’approccio che ha permesso all’Italia di spendere "meglio e più velocemente", per consegnare al Paese non solo opere pubbliche, ma una nuova qualità dell'abitare.