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Il problema non è l'Autonomia, ma come la si vuole utilizzare

Redazione
 
Il problema non è l'Autonomia, ma come la si vuole utilizzare
L'Autonomia non è il male assoluto, se la si intende come l'impegno delle Regioni a fare quadrare i conti senza per questo abbassare l'offerta dei servizi ai cittadini. Un obiettivo di buon senso, se lo si interpreta senza però che esso dia la possibilità, a chi amministra il territorio, di tirare fuori proposte o traguardi che non si conciliano con uno Stato che, almeno ad oggi, resta il fulcro centrale del Paese.
Le proteste, in parlamento e fuori, delle opposizioni sono destinate a restare tali se le forze contrarie a quelle di governo non si alleeranno per portare il problema al giudizio del popolo, con un referendum abrogativo che, di per sé, è uno strumento di democrazia partecipata troppo esposto alle variabili, a cominciare dall'astensionismo, primo partito del Paese.

Il problema non è l'Autonomia, ma come la si vuole utilizzare

Solo con una conultazione referendaria l'Autonomia avrà il necessario sigillo, perché, ad oggi, diciamola tutta, è una riforma votata da partiti che, numeri alla mano, non rappresentano la maggioranza degli italiani e che, paradossalmente, hanno evidenti fratture su finalità e modi di applicazione della riforma (come attestato dalla rivolta dei forzisti calabresi).

Ma, come il fiocco di neve che fa partire la valanga, una volta approvata la riforma, il problema è come tenere a freno coloro che - leggasi: leghisti -, ritenendolo un provvedimento che rivoluziona, piuttosto che cercare di migliorare, cominciano, quando ancora l'inchiostro non è asciutto, a formulare progetti e proposte assolutamente inaccettabili, almeno alla luce dell'attuale architettura normativa delle nostre istituzioni.
Una conferma in quello che i leghisti considerano l'Autonomia un ''tana libera tutti'' rispetto ad un principio di aggressione all'unitarietà dello Stato, si coglie, in nuce, nella proposta dell'assessore alla Protezione civile del Veneto, Giampaolo Bottaccin, ovviamente leghista, di regionalizzare i Vigili del Fuoco, facendoli, quindi, dipendere direttamente da Governo locale.

Come tutte le proposte iniziali, anche questa potrebbe essere emendabile, se non andasse contro al principio di unitarietà che, nel rispetto dei poteri delle Regioni, non può essere cancellato parlando di un Corpo che, per profilo e organizzazione, può vedere le sue forze dislocate temporaneamente altrove in caso di emergenze, quali le calamità naturali.

Viene anche difficile solo pensare, nell'evenienza di fatti emergenziali, come si potrebbe contemperare urgenza e organizzazione che comprendano un corpo che non ha un centro di comando unificato. Cioè, per semplificare, anziché, come oggi muovere colonne di soccorso con un ''click'' da Roma, bisognerebbe inoltrare la richiesta a Venezia che la dovrebbe valutare e, quindi, solo dopo disporre. Ma la proposta dell'assessore leghista (abbondantemente rigettata dagli stessi Vigili del Fuoco presenti in Veneto) è solo un'avvisaglia dello sbracamento prossimo futuro, quando si comincerà a toccare, ad esempio, il campo minato della Sanità che le Regioni forti vorranno ulteriormente rendere migliore mentre quelle oggi svantaggiate saranno costretto a scelte dolorose.
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