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Pepe ucciso dalla vigliaccheria travestita da paura

Redazione
 
Pepe ucciso dalla vigliaccheria travestita da paura

Cominciamo da dove si deve cominciare, anche se suona scontato, anche se dovrebbe essere superfluo: i cani, fuori dalle aree a loro dedicate, vanno tenuti al guinzaglio. Sempre. Che siano cuccioli vivaci o vecchietti mansueti, che pesino tre chili o trenta. Non ci sono eccezioni, non ci sono distinguo. La regola è chiara, va rispettata. Eppure… Eppure in questa orribile storia che un “ma”.

Pepe ucciso dalla vigliaccheria travestita da paura

Un "ma" che pesa come un macigno, e che costringe a guardare in faccia qualcosa di molto più oscuro di una semplice infrazione al regolamento del buon vivere civile. Perché quello che è accaduto sabato 18 gennaio nel quartiere Aurora di Udine non è la cronaca di un incidente. È la cronaca di un atto di vigliaccheria così spropositato da togliere il fiato.

Pepe aveva tredici anni. Quattro chili scarsi di pelo e affetto, un cuore malato che batteva piano, la vecchiaia addosso e quella curiosità mite che hanno i cani quando si avvicinano al mondo senza malizia. Un pomeriggio qualunque, in cui stava facendo quello che fanno tutti i cani: una passeggiata nel cortile condominiale, qualche passo qua e là, i suoi bisogni, la routine di sempre. Senza guinzaglio, è vero. Un errore della proprietaria che nessuno nega e che però, e qui bisogna dirlo chiaro, non giustifica nemmeno lontanamente quello che è successo dopo.

Pepe si è avvicinato a un bambino. Non ha abbaiato, non ha ringhiato, non ha mostrato i denti. Si è semplicemente avvicinato e lo ha annusato, mosso da quella curiosità innocente che è il linguaggio universale dei cani. Quattro chili di cane anziano e cardiopatico. Meno di una damigiana d'acqua, meno di una borsa della spesa carica. E qui succede l’impensabile. Il padre del bambino, che evidentemente confonde la protezione con la brutalità, ha reagito afferrando quel batuffolo indifeso e scaraventandolo oltre una staccionata come fosse un sacco di immondizia. Un volo di quattro metri nel vuoto. Ma ci pensate? Provate a immaginare cosa significa per un essere vivente di quattro chili, anziano, malato di cuore, essere lanciato da un'altezza simile. Eppure sarebbe bastato così poco per evitare tutto questo: prendere il bambino in braccio, fare un passo indietro, alzare la voce. Gesti semplici, umani, che qualsiasi persona dotata di un minimo di raziocinio avrebbe compiuto.

E invece no. Troppo complicato. Molto più semplice sfogare la propria inadeguatezza su una creatura che non può difendersi. Davide, il figlio della proprietaria, è accorso subito. Ha trovato Pepe nel parcheggio interrato, lo ha raccolto con una tenerezza che questo padre evidentemente non conosce, lo ha portato d'urgenza dal veterinario. Ma il cuoricino malato di Pepe non ha retto. È morto dopo ore di agonia, quelle ore interminabili in cui forse si è chiesto cosa avesse fatto di male, lui che conosceva solo l'affetto della sua famiglia e la tranquillità del suo cortile. E mentre Pepe moriva, quel padre tornava a casa, presumibilmente convinto di aver fatto la cosa giusta. Di aver protetto suo figlio.

Da cosa, esattamente? Da un cagnolino che pesava quanto un gatto, vecchio abbastanza da essere il nonno di qualsiasi cucciolo del quartiere, con un cuore così fragile che bastava uno spavento per spegnerlo? Davide ha voluto che questa storia non restasse sepolta insieme a Pepe. Ha girato un video, lo ha diffuso sui social. L'attivista per i diritti degli animali Enrico Rizzi ha raccolto il grido di dolore e ha lanciato una manifestazione per il 23 gennaio: "Contro chi ha ucciso un cane innocente". Perché chiamare le cose col loro nome è necessario. Questo non è stato un incidente. È stato un omicidio commesso da un soggetto pericoloso.

Del resto la psicologia lo sa da tempo, e lo ripetono gli esperti fino alla nausea: chi usa violenza sugli animali mostra una brutalità che va ben oltre l'episodio singolo. Perché la violenza gratuita su creature indifese è chiaramente il segnale di un vuoto empatico che non conosce confini, e che può manifestarsi ovunque, in qualsiasi contesto. E la storia, quella vera, è piena di esempi che dovrebbero farci riflettere molto più di quanto facciamo. Ma c'è qualcosa di ancora più agghiacciante in questa vicenda: quel bambino ha visto tutto. Ha visto suo padre afferrare un animale indifeso e lanciarlo nel vuoto. Ha visto il gesto, ha sentito forse il tonfo, ha respirato quella violenza come fosse aria. E questa è la lezione che porterà con sé: che la paura si combatte con la crudeltà, che il più forte può fare quello che vuole del più debole, che un essere vivente vale meno del proprio impulso. Poi ci meravigliamo della violenza dei ragazzi di oggi. Poi ci scandalizziamo quando leggiamo di bulli, di prepotenti, di ragazzini che non riconoscono il dolore altrui. Ma dove pensate che imparino? La violenza si trasmette, si respira, si assorbe. E quando un padre insegna a suo figlio che lanciare un cane nel vuoto è una risposta accettabile, sta piantando semi che daranno frutti avvelenati.

Pepe non ha fatto in tempo a dare quella leccatina, a scodinzolare, a tornarsene tranquillo dalla sua padrona. Non ha fatto in tempo a invecchiare ancora un po', ad addormentarsi sul divano di casa sua, al caldo, circondato dall'affetto di chi lo amava davvero. Il suo ultimo ricordo è stato il terrore puro, il volo, il dolore lancinante, l'incomprensione. Non capiva. Come avrebbe potuto?

Quattro chili di vita spezzata da un gesto di vigliaccheria inaudita. Perché chiamiamolo col suo nome: lanciare un animale indifeso, anziano e malato, non è proteggere nessuno. È vigliaccheria. È l'atto di chi scarica la propria inadeguatezza su chi non può rispondere, non può difendersi, non può nemmeno capire. E alla fine, quando la polvere si posa e restano solo i fatti nudi e crudi, la verità è questa: Pepe è morto perché ha incontrato sulla sua strada un individuo che ha scelto la violenza quando aveva mille altre opzioni. Un individuo che evidentemente considera gli animali meno di niente, oggetti da scagliare quando disturbano. Suo figlio un giorno sarà fiero di lui? Si vanterà di avere un padre che per "salvarlo" da un cagnolino di quattro chili ha buttato nel vuoto una creatura innocente? O forse, quando crescerà e guarderà indietro a quel giorno, capirà che tipo di uomo aveva davanti agli occhi. Pepe meritava di meglio. Meritava di invecchiare in pace, di essere rispettato nella sua fragilità, di vivere i suoi ultimi anni circondato da affetto. Invece ha incontrato l'indifferenza mascherata da paura e la brutalità mascherata da protezione.

E noi, che restiamo, abbiamo il dovere di ricordarlo. Di chiamare le cose col loro nome. Di non voltarci dall'altra parte quando la violenza sugli animali viene minimizzata, giustificata, archiviata come un incidente di percorso. Perché Pepe non era un incidente. Era una vita. E quella vita valeva infinitamente di più della vigliaccheria di chi gliel'ha tolta.

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