Economia
La geopolitica al centro dei mercati
Team Advisory & Gestione di Intermonte

Il 2026 si apre in un contesto dominato dalla dimensione geopolitica. La National Security Strategy pubblicata dagli Stati Uniti nel mese di dicembre ha finora svolto il ruolo di chiave interpretativa per gli sviluppi più recenti, confermando il rinnovato focus strategico di Washington sull’emisfero occidentale. In quest’area è inclusa anche la Groenlandia, dove gli USA dispongono già di libero accesso militare e della possibilità di costruire nuove basi, come previsto dal Greenland Defense Agreement del 1951.
Questo nuovo orientamento impresso alla politica estera statunitense emerge in modo ancora più marcato nell’estromissione del leader venezuelano Nicolás Maduro e nel rafforzamento, almeno per il momento, dell’influenza statunitense sul paese caraibico, manifestata principalmente attraverso il controllo dei flussi petroliferi in entrata e in uscita dal Venezuela. Ad oggi, sono state confiscate cinque petroliere, mentre oltre 29 milioni di barili di petrolio venezuelano sono fermi al largo delle coste di Caracas. È bene ricordare che, nel 2025, oltre l’80% del petrolio venezuelano è stato destinato alla Cina.
Sui mercati azionari, il comparto della Difesa ha beneficiato delle rinnovate tensioni geopolitiche. Il mercato sembra ritenere credibile una ripresa degli investimenti da parte delle oil companies statunitensi in Venezuela, vista la reazione positiva del settore energetico USA. Tuttavia, le dichiarazioni incerte rilasciate dal CEO di Exxon in merito all’effettiva investibilità del Paese latino-americano sembrano mettere a rischio la partecipazione della società al piano di Trump.
L’impatto inizialmente negativo sul prezzo del petrolio, legato alle attese di una maggiore offerta futura, è stato in parte mitigato dall’intensificarsi delle proteste in Iran, ufficialmente motivate dal crollo della valuta domestica e dal peggioramento delle condizioni economiche della popolazione. La produzione iraniana, pari a circa 3 milioni di barili al giorno, è anch’essa in larga parte destinata alla Cina. Secondo diverse fonti e alla luce delle dichiarazioni dello stesso presidente USA, si ipotizza un possibile intervento congiunto di Stati Uniti e Israele nel Paese. Tuttavia, l’operazione mirata condotta in Venezuela rende più probabile un atteggiamento di maggior cautela da parte dell’amministrazione USA rispetto ad un nuovo intervento in Medio Oriente, storicamente poco remunerativo e potenzialmente molto rischioso in caso di imprevisti.
Non bisogna dimenticare che quest’anno ci saranno le elezioni di mid term, un appuntamento importante e che si concentrerà in larga misura sull’accessibilità a beni e servizi ormai sempre più costosi. Ciò avviene in un contesto in cui il mercato del lavoro statunitense, nel mese di dicembre, ha creato 50.000 posti di lavoro nel comparto non agricolo, a fronte però di una revisione negativa complessiva di 76.000 posti per i mesi di ottobre e novembre. Il dato è inferiore alle attese, che indicavano un incremento di circa 100.000 unità. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 4,5% al 4,4%, ma all’interno di un quadro caratterizzato da un lieve calo del tasso di partecipazione. Nel complesso, questi dati delineano un progressivo, ma non drammatico, indebolimento del mercato del lavoro che agli occhi dei mercati non giustificano un ulteriore taglio dei tassi da parte della Fed nella riunione del prossimo 28 gennaio.
A pesare sul board della Federal Reserve non è solo la congiuntura economica. Powell ha, infatti, riferito l’apertura di un’indagine del Dipartimento di Giustizia sui lavori di ristrutturazione del Dipartimento del Tesoro, interpretata dal presidente della Fed come un pretesto per esercitare ulteriori pressioni politiche sull’istituto. Il tema dell’indipendenza della banca centrale statunitense — con la scadenza del mandato di Powell a maggio e l’attesa per il verdetto della Corte Suprema sul licenziamento “per giusta causa” di Lisa Cook — torna così al centro del dibattito, sostenendo il rialzo dell’oro e la debolezza del dollaro osservati nel corso della settimana.
Prossimamente, la Corte Suprema dovrebbe pronunciarsi anche sulla legittimità dei dazi. Sebbene Kevin Hassett, capo del National Economic Council e uno dei possibili successori di Powell, abbia dichiarato che l’amministrazione dispone di strumenti alternativi, una sentenza sfavorevole potrebbe tradursi in una debolezza dei Treasury e del dollaro. Lo scenario ipotizzato includerebbe, da un lato, una riduzione delle entrate fiscali e dall’altro, il rischio di rimborsi per decine di miliardi di dollari alle aziende importatrici, pesando ulteriormente sulle finanze pubbliche.
In Europa, l’inflazione preliminare di dicembre ha mostrato un ritorno verso il target della BCE per il dato headline, in linea con le attese e trainato soprattutto dal calo della componente energetica. Anche l’inflazione core è in calo, dal 2,4% al 2,3%, con la componente dei servizi che rimane attentamente monitorata dal Consiglio Direttivo, nonostante il lieve rallentamento (dal 3,5% al 3,4%).
Sul fronte geopolitico e commerciale, Europa e Mercosur hanno raggiunto un’intesa sull’accordo di libero scambio, che dovrebbe favorire una maggiore permeabilità del mercato europeo alle merci latino-americane e rafforzare le relazioni dell’UE con Paesi ricchi di minerali critici: il Brasile, ad esempio, detiene il 23% delle riserve globali di terre rare, secondo solo alla Cina.
Nel frattempo, proseguono i colloqui tra la Coalizione dei Volenterosi e l’Ucraina in merito alle garanzie di sicurezza. Regno Unito e Francia hanno firmato una dichiarazione d’intenti che prevede l’invio di truppe nel Paese in presenza di un cessate il fuoco, rappresentando uno dei passi più concreti compiuti nelle ultime settimane. Non sorprende, dunque, che la Russia abbia successivamente impiegato per la seconda volta dall’inizio del conflitto, un missile ipersonico Oreshnik, innalzando ulteriormente la tensione negoziale.
Guardando all’Italia, l’anno si è aperto positivamente sul fronte delle emissioni, con il collocamento tramite sindacato del nuovo benchmark a 7 anni e la riapertura del BTP Green 2046. La domanda complessiva ha superato i 265 miliardi di euro, a fronte di 20 miliardi collocati, confermando il forte appetito per i titoli periferici europei, in particolare per quelli italiani favoriti anche da uno spread BTP-Bund vicino ai 60 punti base.
Infine, questa settimana vedrà l’avvio della stagione delle trimestrali statunitensi, tradizionalmente aperta dal settore finanziario. Il comparto tecnologico legato all’AI guarderà invece con attenzione alla trimestrale di Taiwan Semiconductor. Negli Stati Uniti questa settimana saranno pubblicati anche i dati sulle vendite al dettaglio di novembre, ulteriore indicatore dello stato di salute dei consumatori. In Europa, invece, il dato più rilevante sarà quello relativo al PIL tedesco del 2025, atteso in crescita annua dello 0,2%.