L'attacco scatenato, la scorsa notte, contro obiettivi in Venezuela, segna un ulteriore passo in avanti della strategia di Donald Trump, mirata a restituire agli Stati Uniti un ruolo egemone globale. Almeno questo ufficialmente, perché quella contro Caracas, contro Maduro e il suo regime, non è solo la conclusione di una lenta manovra di accerchiamento contro un Paese indicato come ostile e narcotrafficante, ma lo spostamento in avanti del confine morale tra una guerra ''giusta'' - semmai ce ne possa essere una - e una d'aggressione, con un fine che non è certo quello di sottrarre un popolo dal tallone liberticida di una dittatura.
In gioco, in Venezuela, non c'è tanto la sbandierata necessità di fermare l'invasione degli Stati Uniti della droga, ma di mettere le mani sulle immense riserve petrolifere.
Un ''tesoro'' per il quale si può anche scatenare una guerra dagli esiti non così scontati. Perché se l'attacco americano ha messo in ginocchio il dispositivo di difesa militare, resta da vedere sino a che punto gli appelli alla resistenza, già lanciati dal regime chavista, possano fare presa su un popolo diviso ed affamato, nonostante galleggi su milioni di tonnellate di greggio che aspettano solo di essere estratte.
Il problema di fondo, però, è come oggi Donald Trump intenda il suo rapporto con il potere e le prerogative presidenziali, che sembra interpretare solo in base alle sue convinzioni, che si basano sul concetto che, avendolo eletto, gli americani hanno messo il loro destino nelle sue mani.
E lui si muove conseguenzialmente, come se la sua fosse una investitura divina, mettendo in fila una serie di decisioni che sembrano muoversi nella logica dell'autoreferenzialità, dell'egocentrismo e della paranoia di doversi sempre difendere da qualcuno.
Ora bisogna attendere le reazioni del Congresso (non necessariamente solo quello democratico) davanti a quella che appare come una forzatura. Perché, se quanto accaduto in queste ore in Venezuela non è stato un semplice attacco a più obiettivi, ma l'inizio di una operazione sul terreno su larga scala, con conseguenze, al momento, imprevedibili, i congressmen potrebbero chiedersi se non si tratti di una guerra - anche se al momento limitata - e che quindi dovrebbe essere autorizzata e non solo comunicata.
Un passaggio che, evidentemente, non è stato nemmeno ipotizzato da Trump, già nel mirino delle critiche per la campagna di omicidi extragiudiziali, ai quali sta facendo ricorso per fermare, a cannonate, sospette imbarcazioni di narcos e il loro carico anche umano.
Il clima che si respira alla Casa Bianca, piuttosto che di attenzione e cautela, è quello della soddisfazione per l'attacco che Trump ha descritto, parlando con il New York Times, come un'operazione "brillante", come se si sia trattato dell'arresto di un mariuolo.
La descrizione dell'attacco, nella narrazione trumpiana, è andata oltre, parlando di ''un sacco di buona pianificazione e un sacco di truppe fantastiche e persone fantastiche. In realtà è stata un'operazione geniale''.