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Oltre il 3%: perché l’inflazione Usa potrebbe calare più del previsto

di Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel
 
Oltre il 3%: perché l’inflazione Usa potrebbe calare più del previsto
In molti temono che l’inflazione statunitense possa rimanere ancorata intorno al 3%, ma questa lettura rischia di sottovalutare l’ipotesi di un rallentamento più marcato del dato. A nostro avviso, l’inflazione potrebbe infatti avvicinarsi al 2% nel corso dell’anno: il tema domina il dibattito e rappresenterà il principale driver per il mercato obbligazionario. Sul fronte dei dazi, riteniamo che la questione sia sostanzialmente chiusa. Nel corso dello scorso anno molti investitori temevano che le tariffe avrebbero alimentato una forte pressione inflazionistica, ma tale scenario non si è concretizzato. Al contrario, ci aspettiamo una moderazione dei prezzi dei beni nei prossimi mesi. Parallelamente, il mercato del lavoro mostra segnali di indebolimento: il tasso di disoccupazione si attesta al 4,6% e potrebbe salire lievemente, riflettendosi in una decelerazione dei servizi non abitativi. Quanto alla componente più rigida dell’inflazione core, quella abitativa, vediamo margini per un suo ulteriore raffreddamento nel 2026. Nel complesso, per tutte e tre le principali componenti dell’inflazione emergono segnali di attenuazione. In questo contesto, un PCE core intorno al 2% su base annua non appare irrealistico ed è perfettamente coerente con l’obiettivo della Fed. Anche un livello leggermente superiore, tra il 2,2% e il 2,3%, sarebbe comunque accolto positivamente dalla banca centrale.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, auspichiamo che gli analisti più ottimisti di Wall Street abbiano ragione nell’individuare una residua componente stagionale nei dati sui salari. Dopo la debolezza del 2024, la ripresa osservata a fine 2025 ha alimentato aspettative più costruttive, come riflette anche il consenso Bloomberg sui prossimi dati occupazionali statunitensi, attesi in miglioramento con un calo della disoccupazione. La nostra interpretazione, tuttavia, resta più cauta. L’analisi storica mostra che è piuttosto raro assistere a una brusca decelerazione della crescita occupazionale seguita da una nuova accelerazione. Un episodio simile si è verificato a metà degli anni Novanta, quindi non è impossibile, ma riteniamo più probabile uno scenario di crescita occupazionale contenuta e di lieve aumento del tasso di disoccupazione nel corso dell’anno. In presenza di un’inflazione in rallentamento, questo aprirebbe la strada a un ciclo di tagli dei tassi da parte della Fed. Infine, un aumento dell’occupazione inferiore alle 100.000 unità mensili non sarebbe un segnale rassicurante. Alcuni sostengono che, data la contrazione della forza lavoro, il tasso di equilibrio della creazione di nuovi posti di impiego sia oggi più basso e che quindi non servano molti nuovi occupati per mantenere stabile la disoccupazione. Non condividiamo questa impostazione: una crescita debole dei salari tende a tradursi in una dinamica più fragile dei redditi e, nel tempo, in una minore capacità di spesa dei consumatori. Per questo motivo, adottiamo una lettura più prudente.
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