Attualità
Matrimoni in fuga, non si crede più nel "per sempre", i numeri dell’Istat diventano il ritratto di una crisi esistenziale
di Walter Rodinò

I numeri non mentono, ma spesso non dicono tutto. Talvolta lasciano intravedere ciò che non riusciamo più a confessare. Che il tempo, quello personale e quello collettivo, è diventato un bene così raro da trasformarsi in una forma moderna di pressione, un ricatto silenzioso che attraversa le scelte di vita più intime.
L’ultimo rapporto ISTAT su “Matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi - anno 2024” non racconta soltanto il declino di un’istituzione, ma il declino di un’epoca. Nel 2024 in Italia si sono celebrati 173.272 matrimoni, il 5,9% in meno rispetto al 2023, un crollo più marcato nel Mezzogiorno (-8,3%), e comunque generalizzato in tutto il Paese. Il dato provvisorio dei primi nove mesi del 2025 ci raccontano di un ulteriore -5,9%. Non è una fluttuazione, ma una traiettoria.
Dietro i numeri si sente un rumore più profondo, quello di una generazione che vive a tempo frammentato, che non riesce più a concedersi progetti duraturi perché ogni progetto sembra incompatibile con il ritmo imposto dalla vita contemporanea. Le persone non si sposano meno perché credono meno nei legami. Si sposano meno perché il loro tempo è assediato. La diminuzione dei primi matrimoni, appena 130.488, -6,7%, ne è la prova più evidente, con sempre più giovani che aspettano e restano sospesi.
L’età media sale ancora: 34,8 anni per gli uomini, 32,8 per le donne. Non si arriva tardi all’amore, si arriva tardi alla vita, perché l’ingresso nella vita adulta è diventato un percorso accidentato, spesso pieno di ostacoli che non dipendono dalle volontà individuali. Il tempo perso è il vero convitato di pietra. L’Italia è anche il Paese in cui il 63,3% dei giovani resta nella famiglia d’origine fino a 35 anni.
Non è un fallimento generazionale, è un contesto che non permette alternative. Se per mettere insieme lavoro, casa, stabilità e futuro servono anni, il matrimonio diventa una scelta quasi “fuori tempo massimo”. E allora le persone scelgono soluzioni meno impegnative e più compatibili con un tempo continuamente sottratto, come le libere unioni, ormai quasi quadruplicate nell’arco di vent’anni e oltre quota 1,7 milioni nel biennio 2023-2024. Sono forme di resistenza, non di superficialità, un modo per restare insieme senza soccombere alle aspettative sociali che la realtà non sostiene più.
Il calo riguarda anche le unioni civili (-2,7%), segno che non è lo strumento giuridico a essere in crisi, ma il tempo necessario per immaginare un progetto a lungo termine. Persino le rotture diminuiscono: 75.014 separazioni (-9%) e 77.364 divorzi (-3,1%) nel 2024. Un paradosso che però, ragionandoci su, è solo apparente, perché se meno storie ufficiali nascono, meno storie ufficiali finiscono. La società italiana non ha smesso di credere nei legami, ha smesso di avere il tempo per costruirli.
Il tempo della vita quotidiana, accelerato e frammentato, è diventato un nemico silenzioso delle relazioni. Se tutto è urgente, nulla può essere coltivato. Se tutto richiede immediata reazione, nessuno può permettersi la lentezza di un progetto condiviso. Il futuro si accorcia, il presente si stringe, e in questo spazio minimo le decisioni più grandi diventano impossibili.
È questa la vera emergenza che i dati Istat mettono a nudo. Non il declino del matrimonio, ma il declino della possibilità. E allora la questione torna a essere squisitamente politica: come può un Paese generare futuro, se ai cittadini non viene restituito il tempo per immaginarlo? Il calo dei matrimoni, la crescita della solitudine, la denatalità crescente, l’età adulta che arriva troppo tardi, non sono capitoli separati, ma lo stesso racconto. Una società che sottrae tempo alle persone produce meno legami, meno fiducia e, dunque, drammaticamente, meno figli. E il rischio è che un Paese che non ha più tempo, e meno figli, smetta anche di avere futuro.