Pronti via, il mercato è partito subito forte dopo un mese di dicembre più complicato del solito. Per chi ama le statistiche, vale la pena ricordare che quando l’S&P 500 chiude in positivo i primi cinque giorni dell’anno, nell’87% dei casi l’anno termina con un segno più, con una performance media intorno al 14%. Insomma, meglio di così non si poteva iniziare. E sta già prendendo forma il messaggio con cui ci eravamo lasciati alla fine del 2025: il mercato sta entrando in una nuova fase, meno concentrata e molto più orientata alle rotazioni. Inoltre, essendo un mid-term year del secondo mandato Trump, ci aspettavamo un contesto politico interno e geopolitico complesso… previsione che sembra già essersi avverata dopo poche settimane.
Oggi cerchiamo di analizzare questi sviluppi sempre con un occhio ai mercati, perché ci troviamo in uno di quei momenti rari in cui politica fiscale, monetaria e regolatoria stanno spingendo tutte nella stessa direzione. A questo si aggiunge una spinta all’innovazione senza precedenti. È un contesto estremamente stimolante, ma anche più difficile da gestire.
Guardando alle performance dei principali indici azionari, si notano rotture tecniche al rialzo molto importanti, soprattutto in Europa, ma anche sull’S&P 500 che sta flirtando con l’area dei 7.000 punti. Il messaggio chiave, però, è un altro: la partecipazione al rialzo continua ad allargarsi.
Aumenta la fiducia in un’accelerazione della crescita e diminuisce il timore di un ritorno dell’inflazione fuori controllo. In questo scenario, i settori ciclici domestici e i titoli consumer più penalizzati offrono una leva interessante. Ma meritano attenzione anche i trasporti americani, che stanno provando a segnare nuovi massimi storici, e soprattutto i mercati non statunitensi, che continuano a sovraperformare rispetto agli Stati Uniti.
Un altro segnale molto chiaro è la rotazione interna al mercato: le mega-cap tecnologiche stanno sottoperformando. È il rovescio della medaglia dell’allargamento della crescita, ma casi come Microsoft mostrano quanto rapidamente il mercato stia ridefinendo chi sono i veri vincitori e i potenziali perdenti dell’intelligenza artificiale. Tutto questo mentre la domanda di rischio legata all’AI resta fortissima, come dimostrano le valutazioni su OpenAI e Anthropic e il debutto esplosivo di MiniMax a Hong Kong.
Il tema della difesa è poi tornato prepotentemente al centro dell’attenzione. Gli sviluppi geopolitici, dalle tensioni in Venezuela alle dichiarazioni su Groenlandia e spesa militare, hanno riacceso l’interesse per il settore. I titoli della difesa hanno già messo a segno forti rialzi da inizio anno: circa +8% negli Stati Uniti e addirittura +15% in Europa. E la cosa sorprendente è che, nonostante il rally, il posizionamento degli investitori resta relativamente leggero, lasciando spazio a ulteriori movimenti.
Arriviamo infine al tema geopolitico. Se da un lato può sorprendere la rapida perdita di fiducia interna che Trump sta registrando su temi come economia, inflazione e immigrazione, dall’altro è abbastanza tipico che un presidente nel secondo mandato cerchi risultati sul fronte della politica estera. Trump, come sappiamo, non è mai stato timido nelle azioni. In poco più di due settimane dall’inizio dell’anno, il raggio d’azione è andato dal Venezuela all’Iran, con possibili sviluppi anche sulla Groenlandia.
La cattura del presidente Maduro e di sua moglie, avvenuta con un’operazione lampo senza approvazione del Congresso americano, è stata la prima mossa di grande impatto. Il petrolio ha reagito con una moderata discesa dei prezzi, mentre il settore energetico statunitense ha rimbalzato con forza. Società come Chevron ed Exxon sono beneficiarie dirette, considerando le enormi riserve venezuelane, paragonabili a quelle di Iran e Iraq messi insieme, ma con una produzione oggi inferiore al 5% del potenziale a causa dei bassi investimenti degli ultimi decenni. Può sembrare controintuitivo pensare che gli Stati Uniti abbiano bisogno di nuove riserve, dato che sono già esportatori netti, ma il quadro è più complesso e interessante.
La Cina acquistava quasi il 90% del greggio venezuelano e gran parte del petrolio iraniano, oltre a una quota significativa delle esportazioni russe. Destabilizzare il Venezuela e fare pressione sull’Iran significa ridurre drasticamente l’accesso cinese al petrolio. In sostanza, Trump sta cercando di controllare chi può accedere al mercato globale dell’energia, con implicazioni dirette anche sulla competizione per il dominio dell’intelligenza artificiale. In questo senso, Rubio è stato molto chiaro: non abbiamo bisogno del petrolio venezuelano, ma non permetteremo che l’energia di questo emisfero sia controllata dagli avversari dell’America.
Gestire il Venezuela ha quindi una logica strategica profonda. Maduro controllava anche il petrolio della Guyana, oltre a gas naturale e numerose materie prime, comprese terre rare e oro. Alcune stime indicano che il Paese possa detenere fino a un quinto delle riserve mondiali potenziali di oro. Tutto questo indebolisce ulteriormente la Cina, che perde uno dei suoi alleati più fedeli in una regione su cui stava investendo molto.
Le recenti ribellioni al regime iraniano potrebbero aprire la strada a un nuovo intervento statunitense, mentre l’ipotesi di un controllo sulla Groenlandia — con l’opzione militare esplicitamente citata — e i sequestri di petroliere russe nell’Atlantico mostrano un’escalation chiara sul fronte energetico e geopolitico.
Resta infine aperto il tema del debito sovrano venezuelano, oggi in sostanziale default. Potrebbe essere usato per colpire patrimonialmente creditori russi e cinesi, subordinando i loro interessi a quelli americani, oppure diventare parte di un processo di ristrutturazione legato a una normalizzazione diplomatica. In ogni caso, è probabile vedere un forte interesse speculativo da parte di hedge fund specializzati in debito distressed.
Il quadro complessivo è quello di un mercato vivo, in piena rotazione, ricco di opportunità ma anche di snodi decisivi. In un contesto così, leggere correttamente i segnali macro e i cambiamenti di leadership settoriale sarà fondamentale per fare davvero la differenza.
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Torniamo un attimo sui dati macroeconomici, perché il contesto è particolarmente interessante. L’indice delle sorprese economiche è sui massimi dell’anno, in parallelo alla forte sovraperformance dei settori ciclici, segnale che l’economia sta continuando a sorprendere al rialzo.
L’ultimo dato sulla bilancia commerciale statunitense di ottobre ha mostrato un impatto significativo dei dazi, con un deficit molto più contenuto delle attese. Questo si traduce in un contributo positivo al PIL, tanto che la stima del GDPNow della Federal Reserve Bank of Atlanta è salita intorno al 5%. Un ritmo decisamente sostenuto, che ha contribuito a rafforzare il dollaro dall’inizio dell’anno, con segnali di possibile ulteriore accelerazione.
Sul fronte del mercato del lavoro, il dato dei payrolls di venerdì scorso è uscito sotto le attese, con revisioni al ribasso anche per i due mesi precedenti. È vero che l’affidabilità del dato resta parzialmente compromessa dagli effetti distorsivi legati al periodo pre e post shutdown, ma iniziano a emergere alcune tendenze strutturali. Da un lato, l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro; dall’altro, le politiche restrittive sull’immigrazione introdotte dall’amministrazione Trump. In questo nuovo scenario, il mercato sconta almeno due tagli dei tassi da parte della Fed entro fine anno. Non a caso, il Segretario al Tesoro Bessent ha dichiarato che l’unico elemento mancante per rendere l’economia ancora più forte sarebbero ulteriori tagli dei tassi, mentre a giugno è attesa anche la nomina del nuovo governatore della Fed.
I dati macro restano solidi anche in Europa, con una Spagna che continua a spingere e una Germania che mostra segnali di ripresa dopo una fase più debole.
Nel corso della settimana inizierà ufficialmente la stagione delle trimestrali negli Stati Uniti e, come da tradizione, saranno le banche ad aprire le danze. Entro fine mese, circa due terzi delle società degli indici principali avranno pubblicato i loro risultati. A livello aggregato, le aspettative sugli utili sono più alte rispetto agli ultimi due trimestri, ma restano comunque moderate se confrontate con il passato. Al di là del consueto gioco di abbassare le stime per poi batterle, ciò che il mercato guarderà con maggiore attenzione saranno i numeri di capex legati all’AI e le guidance delle grandi società tecnologiche americane.
In questo contesto, colpisce il livello estremamente basso della volatilità azionaria. Per la prima volta in oltre vent’anni, il mercato si aspetta un movimento medio di appena il 4,5% per le 500 società dell’S&P 500 durante la stagione degli utili. Un dato che si accompagna a un posizionamento di mercato elevato e a un forte coinvolgimento degli investitori retail statunitensi in questo avvio d’anno. Tutti elementi che, storicamente, vengono letti come indicatori contrarian e suggeriscono un pizzico di cautela in più.
Il Wall Street Journal ha coniato un’espressione piuttosto efficace per descrivere la situazione: il “boom da Ozempic”. Mentre una minoranza privilegiata beneficia in modo significativo dei mercati finanziari, una larga parte dell’America — quella della classe media e medio-bassa — continua a fare fatica. Lo confermano i sondaggi, i dati sulla fiducia dei consumatori e persino le dichiarazioni di Trump, che ha espresso irritazione per quella che percepisce come ingratitudine degli americani, nonostante dati macroeconomici apparentemente brillanti.
In conclusione, il messaggio chiave per il 2026 è che l’anno dovrebbe essere positivo per l’azionario globale, ma caratterizzato da forti rotazioni, grandi divergenze regionali e diversi rischi macro da monitorare attentamente.
Tra i principali rischi ci sono ovviamente quelli geopolitici, ma anche il posizionamento eccessivo, il possibile drenaggio di liquidità legato a un’ondata di emissioni obbligazionarie già partita con forza e a nuove IPO, oltre al tema sempre più delicato del capex sull’intelligenza artificiale. Attenzione anche al rischio di un rialzo dei tassi globali e alla situazione giapponese: un eventuale rientro dei capitali in patria potrebbe pesare sia sui bond sia sull’azionario globale.
Le opportunità, invece, potrebbero emergere più da Europa e Asia che dagli Stati Uniti, insieme a una produttività in accelerazione — anche grazie all’AI — che favorisce società a bassi margini ma con elevata leva operativa. Restano centrali anche i temi legati alla spesa infrastrutturale e alla difesa.
Infine, sul fronte tecnologico, le novità più interessanti potrebbero arrivare dall’e-commerce, dove l’esperienza di acquisto diventa sempre più personalizzata grazie agli agenti AI, e dal settore dei media, dove l’intelligenza artificiale sta permettendo di creare e riutilizzare contenuti in un’industria che da anni affronta difficoltà strutturali.