Esteri

Se la pace la fanno i politici, cosa resta della guerra?

D.M.
 
Se la pace la fanno i politici, cosa resta della guerra?

I palestinesi e gli israeliani guardano con speranze, miste ad apprensione, a quello che accadrà nei prossimi giorni e settimane, quando l'accordo di pace dovrebbe trovare piena applicazione, con un cessate il fuoco mirato a stabilizzare l'area della guerra.

Se la pace la fanno i politici, cosa resta della guerra?

Ma la strada per la pace vera, non solo quella dei documenti e delle dichiarazioni, è ancora irta di difficoltà, perché, anche se le parti in causa dovessero accettare tutte le clausole dell'accordo, ancora troppe sono le insidie.

L'IDF, le forze armate di Israele, per effetto della pace, dovrebbero ritirarsi da Gaza City e dalle aree della Striscia che sono sotto il loro diretto controllo, ad eccezione di qualche ''corridoio'', ritenuto essenziale per la sicurezza. Un arretramento di posizioni che, dal punto di vista politico, è importante perché sottolinea che l'intesa ha una solida base, ma che ''stona'' del punto di vista della strategia perché, per affondare il colpo dentro Gaza City e, quindi, sottrarre ad Hamas gran parte del territorio della città che il gruppo islamista controllava, facendone un santuario, tra depositi di bombe e tunnel che l'attraversavano da parte a parte, l'IDF ha fatto uno sforzo enorme dal punto di vista squisitamente bellico, pagando un prezzo molto alto in vite umane, soprattutto riservisti, quelli per i quali batte il cuore di Israele, trattandosi di persone comuni e non di professionisti delle armi.

Il pericolo vero, quando un esercito di ritira, è che gli sconfitti ne approfittino per recuperare terreno e rafforzare le postazioni che ancora controllano. Ed è questo che probabilmente Hamas intende fare, forte del fatto che dovendo Israele ''obbedire'' alle richieste di Trump, le armi taceranno.

Sino a quando? È questo il punto, perché la tregua, sebbene confortata dagli obiettivi raggiunti nella fase negoziale, potrebbe saltare se Hamas non riuscisse ad accettare realmente una sconfitta sul campo, pur se il gruppo, con la pace, festeggia come se avesse vinto.

I miliziani sono ancora armati, ma non più pesantemente come lo erano due anni fa. L'azione sul terreno dell'IDF ha smantellato gran parte dell'arsenale di Hamas, perché i bombardamenti hanno colpito i depositi e le postazioni per il lancio di razzi, camuffate in edifici civili, mentre il resto (la neutralizzazione dei tunnel attraverso i quali venivano spostati armi ed armati) è stato fatto dai soldati.

Ma, nonostante tutto, Hamas può ancora contare su qualche migliaio di uomini, quelli che, sino a ieri e anche oggi, hanno combattuto una guerra sporca, di strada, fatta di agguati, quella che Israele teme, perché, immancabilmente, si traduce in uno stillicidio di morti.

Una situazione, quindi, ancora in bilico, al punto che anche oggi i carri armati israeliani hanno sparato, anche se non per uccidere. Secondo alcuni testimoni, i Merkavà, i micidiali tanks israeliani, hanno sparato, lungo la strada che corre parallela alla costa, probabilmente per impedire che, prima della ufficializzazione della tregua, al gente cominciasse a tornare a Gaza City, di cui, a settembre, l'IDF aveva ordinato l'evacuazione.

L'esercito israeliano ha voluto comunque precisare che le granate lanciate dai carrarmati erano fumogene, un deterrente per chiedere ai palestinesi di non muoversi sino a quando la pace sarà accettata da tutti.

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