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Venezuela: la ripresa dipenderà da un vero cambio di regime
di Filipe Gropelli Carvalho, Emerging Markets Analyst, DPAM

Il 3 gennaio gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, portandoli entrambi a New York per affrontare accuse di narco-terrorismo. L’azione, il più aggressivo intervento di Donald Trump nella regione fino a oggi, ha riacceso le speranze di un cambio di regime in Venezuela, così come quelle di maggiori investimenti da parte delle compagnie petrolifere statunitensi nel Paese.
Per ora, tuttavia, il primo scenario appare poco probabile. L’amministrazione Trump sembra piuttosto orientata a fare pressione sull’attuale presidente ad interim, Delcy Rodríguez, affinché consenta un ruolo più ampio alle società petrolifere statunitensi. Trump ha recentemente dichiarato che il Venezuela invierà fino a 50 milioni di barili di petrolio agli Stati Uniti, equivalenti a circa 30–50 giorni di produzione venezuelana. Inoltre, gli Stati Uniti possono continuare le operazioni nel Paese per colpire altre figure chiave accusate di narcotraffico, come il ministro dell’Interno Diosdado Cabello e il ministro della Difesa Vladimir Padrino López.
Un più ampio cambio di regime resta lontano. In base alla Costituzione venezuelana, Rodríguez può rimanere presidente ad interim finché i tribunali considerano l’assenza di Maduro temporanea; qualora fosse giudicata permanente, dovrebbero essere indette nuove elezioni, eventualità alla quale l’attuale regime difficilmente sarebbe disposto e che presenterebbe comunque problemi di credibilità e di organizzazione. Inoltre, gli Stati Uniti sembrano contrari all’ascesa al potere della leader dell’opposizione María Corina Machado, poiché l’apparato militare e di intelligence, ancora saldamente radicato, resta legato al partito di governo PSUV.
Qualsiasi tentativo di rilanciare il settore petrolifero attraverso la partecipazione straniera richiederà anni. La situazione resta fluida e incerta e, anche con un presunto sostegno del governo statunitense, gli investimenti impiegherebbero tempo per concretizzarsi.
In una prospettiva più ampia, questi sviluppi rafforzano la nostra convinzione di lunga data di un Trump più assertivo nei confronti dell’America Latina. Il presidente ha dedicato maggiore attenzione a una regione che per anni era stata marginalizzata nella politica estera statunitense, ma che è tornata rilevante alla luce di questioni di politica interna, in particolare traffico di droga e migrazione, molto care alla sua base elettorale.
Una maggiore assertività degli Stati Uniti potrebbe avere ripercussioni sia sul Messico sia sulla Colombia. Il primo appare meno esposto, grazie all’approccio più cooperativo della presidente Claudia Sheinbaum nei rapporti con Washington, nel contesto di stretti legami economici e dei negoziati in corso sull’USMCA. Al contrario, il presidente colombiano Gustavo Petro continua ad assumere una posizione di sfida nei confronti di Trump, aumentando il rischio di azioni statunitensi più aggressive. Le elezioni presidenziali colombiane previste per maggio 2026 rappresentano un evento di rischio da monitorare, poiché potrebbero accentuare l’incertezza politica, la polarizzazione e le tensioni esterne in una fase di crescente leva statunitense sulla regione.
Implicazioni per gli investimenti
In definitiva, è necessario fare molto di più affinché il Venezuela possa diventare una storia di ripresa. Le prospettive restano incerte, poiché le dinamiche di potere interne non sono ancora chiarite: non è noto se Rodríguez resterà al potere, se elezioni libere e corrette potranno o vorranno essere indette e quale sarà il destino dell’apparato di sicurezza fedele al regime che ha operato negli ultimi venticinque anni. Tuttavia, sarà importante prestare maggiore attenzione alle relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Colombia in vista delle elezioni presidenziali.