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Tutto sta andando bene. Ed è proprio questo il problema

 
Tutto sta andando bene. Ed è proprio questo il problema
Durante la settimana i mercati hanno alternato fasi di correzione e tentativi di recupero, in un contesto in cui i massimi recenti hanno reso ogni arretramento più visibile e psicologicamente più pesante. La sensazione, più che di un cambio di scenario, è stata quella di un mercato che sta ricalibrando le aspettative con meno entusiasmo automatico e più attenzione al “perché” dietro ai movimenti.

Ed è proprio in questo contesto che alcuni eventi della settimana hanno avuto un peso specifico superiore al loro impatto immediato sugli indici. A dare ossigeno non è stato tanto il flusso di notizie macro, quanto il ritorno dei fondamentali attraverso l’avvio della reporting season americana. Le trimestrali delle prime grandi banche e del principale produttore mondiale di semiconduttori (parliamo di Taiwan semiconductor) hanno riportato l’attenzione su ciò che, alla fine, sostiene davvero i mercati: utili, flussi di cassa e visibilità sul futuro.

Da un lato, il settore bancario ha ricordato al mercato che non esistono solo storie “tech” per creare valore, ma anche le banche lo sanno fare egregiamente con ad esempio Morgan Stanley, Goldman, BlackRock che hanno tutte battuto le stime degli analisti.

Dall’altro lato, il segnale più potente è arrivato dal mondo dei semiconduttori. Taiwan Semiconductor, con utili solidi, prospettive di crescita confermate e soprattutto un piano di investimenti per il 2026 nell’ordine di 55 miliardi di dollari, ha rimesso in moto un settore che appariva stanco, appesantito da prese di profitto e da una narrativa sull’intelligenza artificiale diventata improvvisamente più esitante. Qui il messaggio è stato chiaro: la domanda legata all’AI esiste ed è visibile, ma non è gratuita. È un ciclo ad altissima intensità di capitale, che richiede infrastrutture, capacità produttiva e supply chain robuste.

Ed è proprio questa doppia lettura che l’investitore consapevole deve tenere insieme. Da un lato, l’AI continua a rappresentare un driver strutturale di crescita. Dall’altro, il fatto che per sostenere questa crescita servano investimenti enormi è un promemoria importante che non tutti i benefici si trasformano immediatamente in margini, e non tutti gli attori lungo la filiera ne trarranno vantaggio allo stesso modo. Tradotto servirà selettività sui tech.

Sul fronte macro, il quadro della settimana è rimasto coerente con questa idea di “rimbalzo prudente”. I dati sul lavoro continuano a descrivere un mercato ordinato, senza segnali di stress evidenti, mentre CPI e PPI hanno confermato un processo disinflattivo lento ma in atto.

In mezzo, non sono mancate le tensioni geopolitiche: Iran, petrolio, Venezuela. Eventi che hanno mosso le commodity nel breve e riportato l’attenzione sulla gestione del rischio, ma per ora, il mercato sembra trattare questi fattori più come fonti di volatilità tattica che come segnali di un vero cambio di regime.

Arrivando al cuore di questa settimana, il vero tema non è stato tanto il movimento degli indici, quanto l’avvio della reporting season americana e, soprattutto, il contesto di aspettative dentro cui questa stagione degli utili prende forma. Oggi Wall Street entra nel 2026 con un consenso estremamente ottimista. Le stime parlano di una crescita degli utili dell’S&P 500 intorno al 15%, ben al di sopra della media storica. 

Ed è importante fermarsi un attimo su questo punto, perché le stime non sono una fotografia neutrale della realtà, ma il risultato di un processo. Gli analisti non prevedono il futuro, ma costruiscono scenari sulla base di crescita economica attesa, livelli di margini, costo del lavoro, potere di prezzo e, non ultimo, del sentiment che domina il mercato in quel momento.

In questa fase, molte aspettative poggiano su tre pilastri: un’economia che continua a crescere a ritmo moderato, margini aziendali ancora molto elevati e il contributo sproporzionato di un numero ristretto di grandi aziende tecnologiche. La crescita degli utili dell’indice è sempre più concentrata, mentre gran parte delle aziende “ordinarie” cresce molto meno. Questo significa che il mercato nel suo complesso dipende da pochi motori, e che basta un cambiamento in uno di questi per rimettere in discussione l’intero quadro.

I margini di profitto dell’S&P 500 sono oggi su livelli storicamente molto elevati, segnalando efficienza e forte potere di prezzo. Tuttavia, questa condizione pone un problema di sostenibilità: i margini non possono crescere indefinitamente e tendono a normalizzarsi quando l’economia rallenta, la concorrenza aumenta o i costi del lavoro salgono. In questi contesti, anche utili nominalmente in crescita possono risultare inferiori alle aspettative del mercato.
 
Ed è proprio qui che entra in gioco il tema delle valutazioni. Con multipli ancora elevati, il mercato non sta solo scontando una crescita degli utili, ma sta implicitamente chiedendo che tutto vada nella direzione giusta: crescita, margini, guidance, contesto macro. In uno scenario del genere, il rischio non è tanto un crollo improvviso, quanto una sequenza di piccole delusioni che portano il mercato a rivedere, gradualmente, quanto è disposto a pagare per quegli utili.

Questo è il punto centrale che chi investe dovrebbe interiorizzare: non si investe sugli utili di oggi, ma sulle aspettative di domani. E il vero vantaggio competitivo non sta nel leggere il dato trimestrale, ma nel capire se le ipotesi che stanno dietro alle stime sono realistiche, fragili o eccessivamente ottimistiche. È questo il confine che separa il trader dall’investitore.

In questo contesto, la reporting season diventa molto più di un appuntamento contabile. Diventa un test di credibilità, delle aziende, delle narrative e delle aspettative che il mercato ha costruito nei mesi precedenti. Ed è qui che il lavoro dell’investitore non è inseguire il momentum, ma ascoltare con attenzione cosa cambia nei fondamentali, cosa regge e cosa inizia a scricchiolare.

Ed è forse questo il messaggio più importante con cui chiudere: i mercati possono continuare a salire anche a lungo, ma nel tempo premiano solo se si capiscono i fondamentali di quello che ho in portafoglio. Gli utili non sono un numero da commentare, sono una conseguenza. E imparare a leggere le cause, prima ancora degli effetti, è ciò che distingue l’investitore consapevole da chi si limita a partecipare al rumore di fondo.

Credo che nel 2026 emergerà con chiarezza la differenza tra chi investe seguendo il mercato e chi investe capendo il mercato. Non cadiamo nell’autocompiacimento di un mercato che ci ha abituato un po' troppo a salire a basta.

In una fase in cui le aspettative sugli utili sono elevate e le valutazioni incorporano scenari molto favorevoli, il rischio non è tanto quello di un evento improvviso, quanto quello di una lenta revisione delle ipotesi di partenza.  Ci sono delle dinamiche molto specifiche dietro le revisioni degli utili: storicamente gli analisti partono sempre ottimisti e poi, nel corso dell’anno, aggiustano le stime: seguire queste revisioni, più che i titoli dei giornali, è spesso uno dei primi segnali che qualcosa sta cambiando sotto la superficie. Noi, come sempre lo faremo. 

In questo contesto diventa centrale spostare l’attenzione dalla rincorsa al momentum alla qualità delle aziende possedute, alla solidità dei bilanci, alla capacità di generare cassa e difendere i margini quando il ciclo si farà meno favorevole. 

In definitiva, il punto non è prevedere ogni movimento del mercato, ma costruire un approccio che tenga conto di come nascono le aspettative, di come cambiano e di cosa succede quando vengono deluse. È qui che l’investimento smette di essere un prodotto da acquistare e diventa una scelta consapevole che crea valore nel tempo.

 
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