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Payden & Rygel - Debito emergente: ottime opportunità di rendimento e diversificazione

di Kristin Ceva, responsabile strategie paesi emergenti di Payden & Rygel
 
Il 2025 dei mercati emergenti comincerà all’insegna di fondamentali più solidi. Nel complesso, questi Paesi mostrano una crescita resiliente, un’inflazione in via di normalizzazione e una situazione positiva dei conti esterni, con pressioni limitate sulla bilancia dei pagamenti e riserve estere in aumento. Metriche in miglioramento, dunque, che non hanno lasciato indifferenti le principali agenzie di rating: due terzi delle azioni sul rating emergente nel corso dell’ultimo anno sono state di upgrade, il trend più positivo mai osservato dai tempi della pandemia. Anche le società EM hanno saputo gestire bene i bilanci, con livelli di leva finanziaria netta inferiori rispetto a quelli delle loro omologhe statunitensi. La battuta d’arresto dell’economia cinese, poi, non sembra aver influito in modo troppo negativo sul resto dell’universo emergente e ad oggi vediamo ottime prospettive di crescita per India, Indonesia, Arabia Saudita, Brasile e altri grandi Paesi che stanno progressivamente recuperando terreno.

Per il futuro, la grande sfida a cui vanno incontro i mercati emergenti è quella legata all'incertezza politica negli Stati Uniti e, in particolare, all’introduzione dei dazi commerciali, all’allentamento della stretta monetaria messo in campo dalla Fed e all'effetto di queste variabili sull'andamento del dollaro Usa. Del resto, il cambiamento nell’approccio degli Stati Uniti al commercio globale non è una novità e fenomeni come il nearshoring, l’aumento dei prezzi delle materie prime e il commercio tra Paesi in via di sviluppo hanno portato ad un’attenuazione degli effetti negativi dei dazi. Senza contare che le emergenze legate a pandemia e inflazione, che pure hanno rappresentato fenomeni molto più destabilizzanti, sono comunque rientrate e superate.

Crediamo che chiunque scelga di investire nel debito emergente sarà agevolato da fattori strutturali come il rafforzamento delle prospettive di crescita a lungo termine e l’ampliamento delle opportunità d’investimento, con la possibilità di scegliere tra i titoli sovrani, societari o in valuta locale di circa 90 Paesi diversi. Se, a titolo di esempio, la politica commerciale statunitense dovesse provocare un rallentamento della crescita globale, gli investitori, in risposta, potrebbero sempre orientarsi verso Paesi meno aperti dal punto di vista commerciale, spostarsi verso settori aziendali più difensivi oppure approfittare del calo dei tassi d'interesse (coprendo al contempo i rischi valutari).

Una nuova accelerazione dell'inflazione rappresenterebbe, invece, una sfida maggiore, ma siamo sicuri che la neoeletta amministrazione Trump sia pienamente consapevole dei problemi politici che deriverebbero da un ulteriore aumento dei prezzi. Un ciclo di tagli dei tassi più lento da parte della Fed – come quello che è stato prezzato per la fine del 2024 – avvalora ancora la tesi di un “atterraggio morbido”. A favore dell’investimento nel debito emergente gioca anche la credibilità delle Banche Centrali EM che, dopo i rialzi proattivi del periodo 2021-2023, nel 2024 hanno iniziato a tagliare i tassi d’interesse, adottando un approccio cauto e mantenendo i tassi di policy ben al di sopra dei livelli di inflazione. Oggi le istituzioni monetarie dei Paesi emergenti sono in grado di rimanere in attesa o di allentare gradualmente la stretta, ma anche, se necessario, di tagliare i tassi in modo più aggressivo per traghettare le economie emergenti attraverso mari più agitati.

Nel 2025 il dollaro Usa dovrebbe risultare ancora favorito e probabilmente, nel breve termine, gli investitori continueranno ad approcciarsi con cautela alle valute emergenti. Tuttavia, dal momento che un dollaro forte finirebbe col favorire le importazioni Usa - proprio quello che la nuova amministrazione Trump vuole evitare - riteniamo che nel medio termine le prospettive per le valute emergenti siano equilibrate se non addirittura costruttive, soprattutto alla luce dell’attuale valutazione del dollaro Usa e della politica monetaria prudente condotta dalle Banche Centrali emergenti.

Infine, le prospettive del debito emergente sono supportate da valutazioni favorevoli, con il principale indice del debito sovrano emergente in valuta forte di JP Morgan che rende quasi l'8%, attestandosi all'84° percentile negli ultimi 20 anni. Dunque, un’asset class a valore aggiunto rispetto ad altri settori del reddito fisso, incluso il credito statunitense. Dal punto di vista qualitativo, il debito societario EM è mediamente investment grade, con spread creditizi superiori a quelli dei mercati sviluppati, soprattutto se corretti per la leva finanziaria. Come Payden, crediamo che il debito emergente possa riservare ottime opportunità per gli investitori, sia a livello di rendimento che di diversificazione.
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