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Ofi Invest AM: Usa e Germania minacciano la crescita europea
di Ombretta Signori, Head of Macroeconomic Research and Strategy di Ofi Invest AM
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Dal punto di vista economico, gli Stati Uniti hanno iniziato il 2025 su basi solide: nel quarto trimestre del 2024, la crescita si attestava a +2,3% su base annua, grazie soprattutto all’andamento dei consumi interni e, sebbene gli investimenti abbiano fatto registrare una lieve flessione a seguito degli scioperi in Boeing, tutti gli indicatori mostrano che anche le imprese hanno le carte in regola per performare bene quest’anno, anche grazie alla potenziale deregolamentazione che potrebbe introdurre la nuova amministrazione Trump.
Alla luce di questa crescita così robusta, possiamo supporre che non vi sia alcuna fretta nel ridurre ulteriormente i tassi d’interesse, anche se l’inflazione dovrebbe continuare a scendere lievemente. Tuttavia, come è già stato chiarito in altre circostanze, una grande fonte di incertezza riguarda i provvedimenti che Donald Trump deciderà effettivamente di emanare in questi primi mesi della sua presidenza. Alla luce di ciò, dopo aver lasciato i tassi inalterati a gennaio, la Federal Reserve potrebbe decidere di proseguire su questa strada per più tempo del previsto, convinta anche dall’imposizione dei primi dazi doganali.
Per quanto riguarda l’Europa, invece, i primi dati che ci arrivano dai vari conti nazionali sembrano suggerire che a trascinare al ribasso l’attività economica del Vecchio Continente sia stato il commercio internazionale e che, di conseguenza, i consumi privati dovrebbero essere il driver principale di quella crescita prossima all’1%, mentre le condizioni per l’accesso al credito di imprese francesi e tedesche si sono fatte più restrittive a causa dell’incertezza politica, anche se, dopo le recenti elezioni, la situazione per queste ultime potrebbe migliorare. Infine, la componente dell’inflazione legata ai servizi si è mantenuta sul 4% (ancora troppo alta), ma bisogna considerare che la maggiore componente di questa voce sono gli stipendi e il “wage tracker” della Banca Centrale Europea segnala una probabile flessione per la fine dell’anno. Alla luce di ciò, riteniamo che il taglio dei tassi del 2% entro la metà dell’anno sia ancora lo scenario più probabile.
Tuttavia, l’incertezza su ogni possibile previsione sulla crescita europea sta costantemente aumentando, soprattutto a causa dei dazi. Trump, infatti, potrebbe minacciare l’Ue con tariffe transfrontaliere o su singoli beni come l’acciaio e l’alluminio. Un altro evento attore chiave da osservare attentamente è la Germania, dove le imprese sono ben consapevoli che il paese ha un forte bisogno di investimenti dopo anni di stagnazione; siano essi frutto di finanziamenti speciali o di una riforma costituzionale che permetta al paese di superare la soglia dello 0,35% del Pil per quanto riguarda il deficit federale. Tuttavia, questa seconda ipotesi potrebbe non essere facile da perseguire. Infatti, sebbene AfD abbia ottenuto un risultato molto lontano dal temuto 30%, che avrebbe verosimilmente reso necessario il suo appoggio per la formazione di un qualsiasi governo, nel Bundestag sono comunque entrati attori che potrebbero rendere difficile raggiungere i due terzi dei consensi necessari per approvare la riforma.