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L'impatto sui mercati della situazione in Iran
di Elliot Hentov, Head of Macro Policy Research di State Street Investment Management

Ricadute regionali e dinamiche in evoluzione
Già prima che le recenti proteste prendessero slancio, la Repubblica Islamica aveva subito un forte indebolimento negli ultimi 15 mesi. Con le dinamiche in cambiamento legate ai recenti eventi in Venezuela e in Siria, e sullo sfondo delle perdite militari derivanti dal conflitto del 2024 con Israele, l’Iran si è ritrovato con una difesa aerea ridotta, infrastrutture nucleari parzialmente distrutte e un arsenale missilistico ridimensionato. In breve, è diventato una potenza regionale indebolita. Questo ridimensionamento del potere invita altri Paesi della regione a intervenire e colmare quel vuoto, ad esempio la Turchia come nuovo protettore della Siria. L’altra conseguenza è l’indebolimento della coesione del blocco anti-Iran, in particolare alla luce dell’evoluzione delle posizioni di politica estera dell’Arabia Saudita.
In questo contesto, si è registrata una divergenza di vedute tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, resa più evidente dal fatto che i rispettivi proxy stanno ora combattendo tra loro in Yemen, a vantaggio degli Houthi. Una divisione simile si è verificata anche nel sostegno ai proxy in Sudan. I dettagli del contenzioso sono meno rilevanti, se non per osservare che una rottura di questo tipo non avrebbe potuto verificarsi prima del declino dell’Iran nel 2025. Si tratta quindi di un cambiamento strutturale, destinato a persistere e che coinvolge le due maggiori economie e i principali mercati dei capitali della regione. Di conseguenza, la trasmissione al settore dei servizi finanziari potrebbe essere significativa, con potenziali impatti sull’espansione fiscale che potrebbero a loro volta influenzare i mercati obbligazionari.
Iran – Implicazioni di breve periodo
Le proteste in Iran hanno importanza? Il precedente storico pertinente risale a pochi mesi fa, ovvero alla guerra Israele-Iran durata 12 giorni: quali sono le vie immediate che potrebbero portare ad uno spillover? E, come nella maggior parte delle regioni del mondo meno centrali per l’economia globale, la via passa attraverso il coinvolgimento delle grandi potenze. Dunque, la questione chiave riguarda le probabilità di un’azione militare statunitense e di una potenziale ritorsione iraniana?
Quest’ultima è più facile da quantificare, poiché l’arsenale iraniano di missili a corto raggio e le capacità di lancio restano in larga misura intatti. Se il regime si sentisse minacciato nella sua stessa esistenza – come accadrebbe in caso di un attacco statunitense a sostegno di una rivolta interna – li utilizzerebbe per colpire a) l’offerta regionale di petrolio e b) il personale statunitense. La strategia difensiva sarebbe quella di imporre costi a un intervento USA attraverso un aumento dei prezzi del petrolio e delle vittime statunitensi. Mentre l’estrazione di Maduro è stata marginale per i mercati, dato che ha inciso solo su una parte delle forniture marittime e sulla capacità produttiva del Venezuela (in totale <500 kb/g di petrolio), una ritorsione iraniana potrebbe plausibilmente comprimere 2–3 mb/g di produzione, e forse anche quantità significative di transito. Pertanto, il premio per il rischio geopolitico sul petrolio dovrebbe approssimativamente rispecchiare le probabilità di mercato di un serio intervento militare statunitense. Questo premio è ora diminuito, poiché Trump ha segnalato una minore urgenza per attacchi aerei, lasciando i prezzi spot appena del 3% più alti rispetto al giorno successivo alla rimozione di Maduro.
Rivolta in Iran – “What next” è una questione di medio termine
Il regime iraniano ha progressivamente perso legittimità popolare nel corso dei decenni e ha risposto con una repressione sempre più dura, una dinamica che ha contribuito ai recenti disordini civili. Ciò non preannuncia necessariamente il crollo del regime, ma nessun Paese può mantenere una società e un’economia funzionanti in presenza di un’antipatia così diffusa tra la popolazione. In assenza di riforme, l’Iran inizierà quindi ad assomigliare all’Iraq sotto Saddam Hussein o alla Siria sotto Bashar Assad: regimi fragili la cui fragilità genera nuovi conflitti, sia interni sia esterni. Considerato che l’Iran esporta attualmente 2 milioni di barili di petrolio al giorno e che un conflitto con effetti di spillover potrebbe teoricamente minacciare un ulteriore 15–20% dell’offerta globale, l’instabilità iraniana rappresenterà un rischio permanente per i mercati petroliferi. Nel medio periodo, uno scenario di questo tipo favorisce un premio di rischio geopolitico strutturalmente più elevato.