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Groenlandia e tensioni transatlantiche: quanto è seria la minaccia degli Stati Uniti all’Europa?

di Anthony Willis, Investment Manager di Columbia Threadneedle Investments
 
Groenlandia e tensioni transatlantiche: quanto è seria la minaccia degli Stati Uniti all’Europa?
È stata un’altra settimana in cui geopolitica e mercati finanziari hanno mostrato una forte interazione. Nel corso del fine settimana è emersa la notizia che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, intende introdurre dazi nei confronti di otto Paesi europei, tra cui Regno Unito, Francia, Germania e Danimarca, che la scorsa settimana hanno inviato un numero molto limitato di militari in Groenlandia. I dazi partirebbero inizialmente da un livello del 10%, per poi salire al 25% a partire da giugno qualora, come affermato dal presidente, non venisse raggiunto un accordo per una “acquisizione completa e totale” della Groenlandia.

È opportuno, tuttavia, tenere presenti alcuni elementi di contesto. In primo luogo, non si tratta di un ordine esecutivo, ma esclusivamente di una dichiarazione diffusa sui social media. La settimana precedente si era già assistito a un annuncio simile, con la minaccia di dazi del 25% nei confronti dei Paesi che continuano a intrattenere rapporti commerciali con l’Iran, un’iniziativa che era stata in larga parte ignorata dai mercati finanziari.

Un ulteriore aspetto rilevante riguarda il fatto che tali dazi, qualora implementati, farebbero leva sull’International Emergency Powers Act, sollevando interrogativi significativi sulla loro legittimità giuridica. La questione dovrebbe essere chiarita a breve dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, che è chiamata a pronunciarsi sulla materia.

Dal lato europeo, i leader dispongono di ampi margini di manovra per reagire, con diverse opzioni di ritorsione a livello di Unione Europea. Tra queste vi è la possibilità di non ratificare l’accordo commerciale raggiunto nel 2025, oltre all’eventuale introduzione di dazi su 93 miliardi di euro di beni statunitensi. Tali misure erano già state proposte lo scorso anno, prima dell’accordo commerciale, ma non erano mai state attuate.

Un elemento particolarmente significativo è rappresentato anche dallo strumento anti-coercizione, una misura predisposta dall’Unione Europea ma mai utilizzata finora. In teoria, questo strumento consentirebbe di spingersi molto oltre sul fronte delle restrizioni commerciali, della proprietà intellettuale e di altri ambiti sensibili; tuttavia, si tratterebbe di un processo lungo e complesso, da considerarsi come ultima risorsa. Al momento, non sembra che si sia ancora giunti a questo stadio.

La questione centrale, ora, riguarda il modo in cui il presidente Trump – ma soprattutto i leader europei – intendano gestire la “coercizione” nel tentativo di ottenere il consenso degli alleati rispetto alle ambizioni territoriali statunitensi.

I mercati hanno registrato un lieve arretramento nelle prime ore di oggi, ma i movimenti non sono stati particolarmente accentuati. Permane infatti una certa incredulità sul fatto che gli annunci vengano effettivamente tradotti in misure concrete. Un dazio del 25%, come ipotizzato per giugno, equivarrebbe a circa lo 0,2% del PIL dell’Unione Europea: un impatto economico relativamente contenuto, ma il punto più rilevante è la disponibilità degli Stati Uniti a esercitare una pressione significativa su alleati politici e militari.

Si pone quindi una domanda cruciale per Washington: ne vale la pena? L’acquisto o l’annessione della Groenlandia giustificano il rischio di compromettere la stabilità della NATO, un’organizzazione centrale per la sicurezza nazionale? Va ricordato che esiste un accordo tra Stati Uniti e Danimarca, risalente al 1951, che consente agli Stati Uniti di dispiegare in Groenlandia tutte le truppe che ritengano necessarie. Attualmente la presenza statunitense si limita a circa 200 militari, ma in passato il contingente ha raggiunto anche le 10.000 unità.

Dal punto di vista europeo, il punto chiave è che l’approccio adottato nel 2025 – sostanzialmente improntato all’accomodamento nei confronti dell’amministrazione statunitense – potrebbe ora giungere al termine. È probabile che si assista a una risposta più decisa rispetto ad alcune delle ambizioni di Trump. L’atteggiamento conciliatorio dello scorso anno era comprensibile, in quanto finalizzato a mantenere il sostegno statunitense in relazione al processo di pace in Ucraina, o a un potenziale accordo, nonché alle garanzie di sicurezza e al supporto più ampio a Kiev.

Gli sviluppi futuri restano incerti, ma è evidente che stanno emergendo crepe significative nell’alleanza transatlantica, che potrebbero persino trasformarsi in una minaccia esistenziale per la NATO. Gli Stati Uniti stanno mettendo alla prova la sovranità di un Paese dell’Unione Europea e una reazione appare inevitabile. Questo scenario è destinato ad alimentare ulteriore incertezza sui mercati finanziari.

Infine, è opportuno ribadire che i dazi annunciati non sono ancora definitivi; tuttavia, l’aumento dell’incertezza geopolitica continua a riflettersi sui mercati. Al momento della stesura, le borse risultano in lieve calo, ma stanno mostrando una tenuta complessivamente discreta alla luce delle numerose incognite ancora aperte.
 
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