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Fed e pressioni politiche, l’impatto sui tassi in vista della riunione del 28 gennaio
di Michele Sansone, country manager di iBanFirst Italia

L’anno è iniziato a ritmo sostenuto per la Federal Reserve, nuovamente sotto pressione da parte di Donald Trump. Il presidente della Fed, Jerome Powell, ha rivelato di essere oggetto di un’indagine penale sui costi di ristrutturazione della sede dell’istituto. Allo stesso tempo, è tornato nel mirino delle critiche di Donald Trump, che lo accusa di non tagliare i tassi di interesse con sufficiente rapidità. Questa pressione crescente potrebbe alla fine costringere Powell a cedere?
In realtà, ci si aspetta che la Fed mantenga invariata la politica monetaria nella riunione del 28 gennaio. Vi è innanzitutto una ragione tecnica: le banche centrali raramente modificano i tassi a gennaio. In genere attendono nuovi dati macroeconomici per chiarire l’orientamento dell’economia all’inizio dell’anno prima di prendere decisioni, più spesso a marzo.
Un secondo fattore è la resilienza dell’economia statunitense. Gli economisti restano divisi sulle prospettive di crescita per il 2026. Alcuni prevedono una prosecuzione del 2025, con una cosiddetta economia “a K”, caratterizzata da forti divergenze tra settori e fasce di reddito: alcune aree in piena espansione, altre in profonda contrazione. Lo scorso anno, ad esempio, non è stato favorevole per i dipendenti pubblici e per i lavoratori blue-collar. Altri, invece, si attendono una riaccelerazione della crescita nella seconda metà dell’anno, sostenuta dai tagli dei tassi, dal calo dei prezzi dell’energia e da misure di stimolo fiscale — in particolare gli assegni alle famiglie citati dall’amministrazione Trump alla fine dello scorso anno. Questo è lo scenario che riteniamo più probabile.
I dati più recenti non offrono alla Fed motivi per affrettare le mosse. L’inflazione resta superiore all’obiettivo del 2%. A dicembre, l’inflazione headline dei prezzi al consumo si è attestata al 2,7% su base annua, in linea con le attese, mentre l’inflazione core — più rilevante per valutare le dinamiche di fondo dei prezzi — è risultata leggermente inferiore alle previsioni, al 2,6%. Il temuto rialzo dei prezzi legato alle politiche protezionistiche non si è materializzato. Alcuni segmenti, come gli elettrodomestici, stanno addirittura registrando forti ribassi, con prezzi in calo del 4,3% su base annua. Si tratta di una notizia positiva e riflette la solida posizione finanziaria delle imprese statunitensi, che hanno scelto di assorbire l’impatto dei dazi attraverso una moderata compressione dei margini, anziché trasferirlo sui consumatori. Un utile promemoria dell’importanza di evitare conclusioni affrettate e interpretazioni eccessive degli sviluppi politici. Gli scenari più cupi evocati dopo il cosiddetto “Liberation Day” dello scorso aprile, per ora, non si sono concretizzati.
Quanto al mercato del lavoro, sta perdendo slancio ma non è in fase di collasso. La creazione di posti di lavoro nel settore privato, misurata dall’indice ADP, mostra un incremento medio di 11.750 unità a settimana nelle quattro settimane precedenti il 20 dicembre. Questo dato è coerente con i 50.000 nuovi posti di lavoro netti non agricoli registrati a dicembre, comunicati all’inizio del mese dal Dipartimento del Lavoro. Pur trattandosi di un ritmo inferiore rispetto a un anno fa, non è motivo di preoccupazione. Il mercato del lavoro si sta raffreddando, ma non è in recessione.
L’economia statunitense potrebbe semplicemente aver bisogno di un ulteriore sostegno. Questo sostegno arriverà una volta che la Fed avrà maggiore visibilità sul reale stato dell’economia a inizio anno. A nostro avviso, ciò si tradurrà in appena due tagli dei tassi, per un totale di 50 punti base.